giovedì 29 giugno 2017

1409 Sanluri: la vigilia della battaglia

1409 Sanluri: la vigilia della battaglia.
(di Sergio Sailis)

Siamo in una calda, torrida, notte di fine giugno, esattamente quella del 29 giugno 1409.

In prossimità di Sanluri, nell’accampamento dell'esercito arborense, i fuochi del bivacco sono accesi per preparare un pasto caldo. Si sa, in battaglia servono energie, molte energie e l'ora della battaglia si avvicina, inesorabilmente.

Non tutti gli uomini hanno fame, uno strano morso attanaglia loro lo stomaco, impedisce quasi di deglutire ma sanno che comunque qualcosa devono mangiare; devono mantenersi in forma, il nemico incombe. Sanno che trascorsa questa breve ma infinita notte estiva l’indomani sono attesi da una giornata decisiva. L’alba che sorgerà tra qualche ora per molti di loro sarà forse l’ultima; in parecchi non vedranno mai quella del giorno successivo.

Gli esploratori sono rientrati all’accampamento e hanno confermato che poco lontano, a sole due leghe di distanza, il bagliore di un’altra serie di fuochi rischiara la notte. Una possente armata composta da nobili e cavalieri in cerca di gloria e da avidi mercenari che accompagnano l’Infante Martino ha infatti piazzato il campo vicino allo stagno a Flamayra.

Sono partiti da Castell de Caller “lo jorn de sant Aloy” e si sono accampati per concedersi anch'essi un giorno di riposo prima della battaglia risolutiva "porque la gente de pie hallase refresco y pudiese descansar por ser el tiempo muy caluroso y requerirlo aquella regiòn que es como la de Berberia"; anche loro hanno bisogno di ristorarsi dalla fatica e dalla calura delle pianure sarde. Sono uomini temprati alla guerra però, che vivono per la guerra, che la praticano per arricchirsi oppure per quello che oggi possiamo definire semplicemente uno sport, un passatempo per nobili annoiati. Gente del mestiere quindi, con equipaggiamento e armi adeguate, lucide corazze, barbute e bacinetti, cotte di maglia intessute fini, spade di ottimo acciaio ben temprato; non sono dei semplici contadini, è gente avvezza alle battaglie.


L’indomani una selva di lance e di cavalieri armati di tutto punto sventolanti le insegne quadribarrate gialle e rosse sarà schierata contro gli uomini raccolti sotto i vessilli dell’albero deradicato. E ci saranno anche quelle con i quattro mori; si, ci saranno, ma saranno tra quelle aragonesi. 
La consistenza numerica dei due schieramenti è decisamente rilevante rispetto agli eserciti dell’epoca; le fonti, tutte di parte catalana, sono discordi sul numero degli effettivi, per quanto riguarda i catalano-aragonesi si va dagli 8 ai 12 mila uomini mentre per i giudicali dai 16 ai 23 mila. Siciliani, catalani, aragonesi, valenzani, maiorchini, provenzali, tutti arrivati per soffocare quella che per loro, ma soprattutto per il loro sovrano, è considerata una rivolta.



Una rivolta che dura da troppo tempo e da reprimere quanto prima assicurando così definitivamente alla Corona un’isola che parecchi problemi, spese, e lutti ha causato in appena poco meno di novanta anni; tanti sacrifici finanziari e umani che lo stesso sovrano non mancava di ricordare e evidenziare alle Corts di Barcellona quando chiedeva il loro sostegno per la spedizione: "... com pocs nobles, cavallers, ciutadans e altres hòmens notables e de preu son qui no hagen perduts en aquella illa frares, pares, germans e parents, e no hagen la sepoltura d'aquells en la dita illa". Anche a costo di combattere una battaglia campale dall’esito spesso incerto e per questo generalmente evitata quando possibile.

Ma la posta in gioco è alta, troppo alta; il Visconte di Narbona è giunto nell’isola da pochi mesi e non da tutti viene ancora accettato come legittimo Giudice arborense. Bisogna evitare che il suo consenso si consolidi, che si estenda, bisogna intervenire risolutamente ora che l’occasione sembra propizia, e l'Infante è ben determinato a farlo. Ha già deciso. Anche perché Guglielmo si è già alienato le simpatie del partito doriano. Poco dopo essere sbarcato nell'isola ha catturato e incarcerato il vecchio Brancaleone Doria che morirà prigioniero a Bosa; le gerarchie devono essere chiare, da subito. E anche a Oristano i malumori crescono. Si, forse è proprio l'occasione favorevole.

E in quell’accampamento ci sono forse anche dei sardi; si, ci sono forse anche gli ogliastrini “bons e leyals vassals”, come li aveva definiti l’Infante Martino appena qualche settimana prima invitandoli a raggiungerlo per combattere i ribelli, essi sono rimasti fedeli al re e hanno seguito il loro signore, Berenguer Carroç conte di Quirra, in questa spedizione ed in seguito ne verranno ben ricompensati.

Dormire è quasi impossibile, non resta che attendere pazientemente l’alba. Nel campo arborense sono tanti, provenienti dalle zone più disparate dell’isola, dal Meilogu ai Campidani, dal Monreale alla Planargia, dal Nurcara alla Marmilla, dalla Barbagia al Goceano, sono affluiti da ogni dove, ragazzi imberbi di appena 14 anni o anziani veterani di tante campagne combattute con Mariano, colui che con le buone o con le cattive ha saputo compattare un popolo sotto le proprie insegne, e dei suoi figli Ugone prima e Eleonora poi, o del marito di lei, Brancaleone Doria, mai troppo amato dal popolo ma buon capitano sul campo di battaglia. E attendono.


E attendono anche i francesi, i genovesi, i lombardi, i toscani; anche questa gente bene armata e capace di combattere, appositamente ingaggiata dal Visconte nella speranza che risulti determinante sull’esito dello scontro. Nonostante l’ancora scarsa conoscenza dell’isola tutto sommato Guglielmo è riuscito tuttavia a raccogliere un’armata numericamente considerevole, certo eterogenea e non bene equipaggiata come gli avversari ma comunque temibile.

E in quest’attesa nell’aria notturna del campo risuona il rumore delle coti, centinaia di coti che sfregano lentamente ma in modo deciso sull’acciaio, virghe e spade devono essere ben affilate; gli archi vengono tesi per saggiarne elasticità, robustezza e integrità mentre altri uomini controllano gli zoccoli dei cavalli, le finiture e agli animali non fanno mancare l’acqua e qualche manciata d’avena, senza eccedere non devono appesantirsi. Tutto deve essere pronto e l’alba si avvicina inesorabilmente, lentamente e allo stesso tempo velocemente, troppo velocemente.

Anche nel campo aragonese fanno altrettanto; tutti sanno che l’indomani la vita può dipendere da questi semplici gesti e sanno che l’odiato nemico tanti dispiaceri è stato capace di dare in passato. Negli anni passati nessuna famiglia aragonese, catalana, valenzana o maiorchina poteva dire di non aver avuto almeno un morto in Sardegna.

Ma mentre nel campo sardo si svolgono meccanicamente questi preparativi il pensiero degli uomini inconsciamente vola alle rispettive case, lontane o vicine che siano. Il timore di non rivedere i volti cari incombe; gli anziani genitori, le donne amate, i bambini saltellanti e festosi con le loro grida stridule che in altre occasioni avrebbero arrecato fastidio oggi qui non ci sono e mancano, quanto mancano. Non sono qui e forse non rivedranno mai più quelle persone tanto amate.

Gli uomini sanno che l’indomani la tensione sarà ancora maggiore, la paura prenderà il sopravvento e i muscoli meccanicamente si rilasseranno, i bisogni corporali cominceranno a defluire involontariamente, e si ritroveranno a dover calpestare le feci, il vomito di chi li precede e poi, quando il combattimento entrerà nel vivo, dovranno calpestare il sangue denso che ha intriso il terreno rendendolo scivoloso e poi i corpi e le membra dei compagni rimasti colpiti o quelli degli avversari. Se sono fortunati. Altrimenti vorrà dire che i calpestati saranno stati loro; così era la battaglia in quei tempi.

Quanto avrebbero però voluto questi uomini affilare la falce anziché la spada con quella cote che hanno in mano; la maggior parte di loro non sono soldati, sono pastori, sono contadini e proprio in questo periodo hanno tanto, tanto da fare in campagna. Da qualche parte infatti il grano nei campi è ancora da mietere oppure i covoni sono ancora nelle aie in attesa della trebbiatura; chissà se riusciranno nuovamente a trebbiare. Sono stati chiamati a raccolta in fretta e furia, controvoglia, e non hanno potuto mettere al sicuro il loro bene più prezioso; da questo dipende il sostentamento di un anno intero per tutta la famiglia. E loro domani potrebbero non esserci più.

Anche all’interno del villaggio di Sanluri la preoccupazione e l’ansia serpeggia. Gli abitanti sanno che le mura non potranno garantire la sicurezza a lungo; il nemico ha avuto diversi mesi a disposizione per prepararsi e ha opportunamente realizzato un buon numero di macchine ossidionali. Sugli spalti i difensori, prevalentemente sardi e genovesi, accatastano le frecce per gli archi e i quadrelli per le balestre e posizionano le altre armi di difesa; bisogna prepararsi a qualsiasi evenienza, le battaglie campali sono imprevedibili e tutto può succedere.

Forse ora alcuni degli abitanti rimpiangono di essersi rifiutati, o almeno hanno tentato, di lavorare gratuitamente al potenziamento delle fortificazioni del villaggio come aveva chiesto loro il Visconte giusto tre mesi prima. Ma quella non era la loro guerra pensavano e invece ora essa è qui, proprio alle porte del villaggio, a poche miglia, a poche ore.

Guglielmo di Narbona, incoronato Giudice d’Arborea appena qualche mese prima, non è ancora riuscito in questo breve periodo ad accattivarsi le simpatie della popolazione. Pur essendo un discendente del Giudice Ugone è pur sempre uno straniero che prima d’allora mai era stato in Sardegna e, dopo decenni di guerra, la gente è ormai stanca di combattere. Soprattutto per un estraneo. Malumori serpeggianti forse non prontamente colti dalle elites o non tenuti nella debita considerazione.

E lo stesso avevano pensato nel mese di maggio molti uomini della Marmilla e delle zone limitrofe; anch’essi si erano rifiutati di radunarsi sotto le insegne giudicali e non avevano intenzione di muoversi per raccogliersi verso i luoghi fortificati come era stato loro comandato. Ritenevano preferibile consegnarsi al vincitore e dicevano “… nos volen moure e que volen esser de aquell qui mes porà ...“ nella speranza di restare indenni dai combattimenti, di esserne risparmiati e invece, come era prevedibile, la guerra è arrivata proprio in queste contrade di confine. E lascerà i suoi segni per lungo tempo; segni di morte e di devastazioni come ogni guerra. Dopo la battaglia per diversi mesi l’intera zona verrà percorsa da soldatesche in cerca di bottino comandati da nobili iberici spesso in competizione e intenti a cercare di ampliare i propri possedimenti, Carroç in testa. Le donne saranno violate, gli uomini uccisi, interi villaggi saccheggiati, distrutti e abbandonati dalla popolazione a volte definitivamente. Ma questo ancora loro non lo sanno, non possono saperlo e probabilmente mai lo sapranno perché forse la morte colpirà anche loro prima ancora di rendersene conto.

Gli esiti della battaglia sono ben noti. Il sacrificio si è compiuto, la battaglia viene vinta dagli iberici e il numero dei caduti tra i sardi è consistente, dai 5 ai 7 mila uomini, una mattanza, uno stermino. Ed è anche l’ora della resa dei conti, Martino “obtenguda per gràtia de Déu la dita batalla per força d’armes, se n’entrà la dita vila de Selluri, la qual fo mesa a sacomano”; il villaggio viene messo a ferro e fuoco, e la mattanza continua, muoiono almeno altre mille persone e tanti, tantissimi, sono i prigionieri destinati ad esecuzioni sommarie o ad essere ridotti in schiavitù.

E gli stendardi regi possono finalmente sventolare dalla cima del castello sanlurese mentre Guglielmo ha a stento trovato rifugio nel poco distante castello di Monreale.

Il 14 luglio 1409 re d’Aragona Martino I riceve dal suo omonimo figlio una lettera portata con la galea di Johan Barthomeu e recante la notizia della brillante vittoria conseguita a Sanluri; nello stesso giorno il re, decisamente compiaciuto, si affretta a rendere partecipi i principali sovrani europei e suoi parenti della “ … execuciòn e exterminio feytos por eli, obrant l’ayuda de nuestro senyor Dios, el qual es endreçador de la justicia y fechos de los reyes, cuentra lo vescomte de Narbona e los seguaces suyos e toda la naciòn sardesca traydora e rebelle a nos e al dito rey … “ Hah! Le soddisfazioni della vita. Soddisfazioni destinate però a durare ben poco. Un mese, un solo mese, neanche. Ma Martino detto l’Umano ancora non lo sa. Non sa che di li a poche settimane la “febre pestilencial” colpirà suo figlio privando la casata dell’erede al trono. Non sa ancora che anche lui lo seguirà dopo neppure un anno e che la sua schiatta sarà destinata a estinguersi con la sua morte.


La Sardegna è quindi ormai quasi vinta e con essa la “naciòn sardesca traydora e rebelle” che è incorsa nelle ire di Dio e del Re, com'è logico che sia.

E la pacificazione è dura. Ne sa qualcosa Maria che, catturata a seguito del saccheggio di Sanluri, diverrà schiava di Bartolomeo Pellisser di Bleda, nell’isola di Maiorca; riacquisterà la libertà solo nel 1416 e, una volta libera, non farà comunque più rientro nell’isola. Forse non aveva più affetti nel suo luogo di origine, forse erano morti o forse non aveva più voglia di ricordare momenti terribili ormai dimenticati; non lo sapremo mai. Sappiamo solo che lascerà i suoi beni terreni all'ospedale dei poveri di Soller.
Oppure la povera piccola Barbara, di 4 anni, appena 4 anni; catturata anch'essa a Sanluri sarà venduta sulla piazza di Barcellona da un marinaio maiorchino nell'agosto 1409. Merce ancora acerba certo, ma non per questo meno appetibile.

Oppure di Astacia, anch’essa di Sanluri, che nel 1419 riacquisterà la libertà per gentile concessione del suo proprietario, il barcellonese Iacobus Gali; il mercante si trovava a Pisa per affari e sentendo avvicinarsi l’ora della dipartita sottoscriverà dinnanzi ad un notaio due atti pubblici ridando gratuitamente la libertà ad Astacia alla quale forse si era nel frattempo affezionato.
Oppure ancora Antonia, sempre di Sanluri, che assieme ai suoi due figlioletti era schiava di Guillem de Bordils; per la loro liberazione nel 1417 si mossero dalla Sardegna, recandosi sino a Girona, sua madre e una nipote offrendosi di pagare un riscatto grazie anche all'interessamento del vescovo Dalmau de Mur. Oppure ancora di Ventura, schiava di Pere Sarraì che viveva nel castello di Cabanes; anche per lei il padre affrontò il viaggio dalla Sardegna però sfortunatamente non era in grado di pagare il riscatto di 80 libbre e pertanto ancora una volta ci fu l'interessamento, sempre nel 1417, del compassionevole vescovo Dalmau de Mur che chiese aiuto per mezzo delle elemosine.
Chissà quante Marie, Barbare, Astacie, Antonie, Venture avranno avuto quella infelice sorte così come tante altre rimaste tristemente anonime.
 
E a questo triste banchetto vuole partecipare anche re Martino; anche lui reclama per tempo una parte di questo miserevole bottino e il 3 agosto 1409 richiede 15 o 20 sardi e una sarda che sappia impastare per destinarli alla sua Torre di Bellesguart da lui recentemente acquistata e dove stava eseguendo dei lavori: "Sappiats que nos havem mester pera les obres de la Casa nostra de bellesguarduns XV. o XX. sards e una sarda qui sapia pastar de edad de XXXV. en XL anys." e devono essere inviati con sollecitudine, con le prime imbarcazioni in partenza dalla Sardegna, le necessità regali sono impellenti, il sovrano non può aspettare, deve rifarsi il giardino lui. Ma il fato è in agguato. Ancora è all'oscuro dell'infelice destino del suo "molt car primogenit", e la notizia lo travolgerà dopo poche ore; sarà il futuro San Vincenzo Ferrer ad assumersi il pesante onere di portarla in quella sua stessa amata residenza di Bellesguart dove intendeva destinare i prigionieri sardi e da dove, solo pochi giorni prima "de la finestra de la nostra cambra" aveva scorto la galea che portava le liete notizie della vittoria.

Molti altri dei "captius" sardi non avranno la stessa fortuna di alcuni dei casi citati; persone delle quali spesso non ci è pervenuto neppure il nome saranno condotti in terra straniera, alcuni catturati e venduti in tenera età, e non riusciranno mai più a rivedere le proprie famiglie. Qualcuno tenterà anche di fuggire, ma la Sardegna è lontana, troppo lontana, a un mare di distanza, un grande mare, infinitamente grande.
Lo sa bene Pietro Serra che si trovava a Minorca schiavo di Pere de Parets; lui si riuscì a fuggire ma, attraversando quel mare che lo separava dall'amata terra natia, viene spinto da una tempesta sulle coste nordafricane della Barberia, tra gli infedeli. Finì per essere portato, nuovamente schiavo, questa volta a Bugia dove, per evitare maltrattamenti, rinnegò la fede cristiana. Ma il nostro era reattivo, non si perse d'animo; riuscì nuovamente a fuggire assieme ad altri schiavi e quando finalmente stava per arrivare sulle coste della Sardegna ancora una volta il fato si accanì impietoso contro di lui. L'imbarcazione sulla quale viaggiava venne intercettata da una nave maiorchina che lo condusse a Maiorca dove venne riconosciuto come schiavo fuggitivo e riportato al suo antico proprietario.

Alcuni avranno in seguito la fortuna di essere riscattati dai familiari o, come abbiamo visto, liberati dai rispettivi proprietari altri invece finiranno i propri giorni al duro lavoro nelle galee o nei campi di qualche misero sperduto villaggio iberico o ancora a servizio nelle case dei nuovi padroni di Barcellona, di Valencia o delle Baleari.
Così è la dura sorte degli sconfitti. Arregoda sa battalla.

 

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