martedì 10 aprile 2018

1284, richiesta intercessione a Mariano II d'Arborea da parte di Pietro III il Grande

1284, richiesta intercessione a Mariano II d'Arborea da parte di Pietro III il Grande
di Sergio Sailis

Accadeva il 10 aprile 1284. Quando il bonifaciano “Regno di Sardegna e Corsica” era ancora da divenire, i rapporti commerciali e diplomatici tra Pisa e Aragona erano improntati ad una reciproca collaborazione sia nelle acque del Mediterraneo che sulla terraferma; questi rapporti amichevoli risalivano all’epoca della spedizione su Maiorca con i trattati sottoscritti dal conte Raimondo Berengario III nel 1113, confermati da re Giacomo I nel 1233 e successivamente da re Pietro III il Grande nel 1263 e poi il 26 giugno 1277 (dove peraltro, reiterando i precedenti privilegi ai pisani, il sovrano chiedeva fosse riservato ai barcellonesi e ai suoi sudditi uguale trattamento sia a Pisa che in Sardegna ed in modo particolare a Cagliari).

Nonostante questi accordi però non erano infrequenti vicendevoli atti di pirateria. Uno di questi si verificò proprio nelle acque di Cagliari dove i pisani catturarono due galee catalane provenienti dalla Sicilia uccidendo diversi uomini e catturandone degli altri che vennero imprigionati a Cagliari. Successivamente gli stessi pisani effettuarono altri attacchi nell’isola di Maiorca e catturarono altri vascelli e merci appartenenti a sudditi di Pietro III.

Forse il fatto è poco noto ma per dirimere la questione con il comune toscano il sovrano aragonese richiese l’intervento di un’importante figura del medioevo sardo: Mariano II d’Arborea. Pietro il Grande infatti (richiamando antichi legami di sangue con la casata dei Bas) il 10 aprile 1284 scriveva al sovrano arborense “viro nobili dompno Mariano, iudici Arboree, dilecto affini suo” esternando la sua meraviglia per questi atti ostili da parte pisana e nel contempo chiedeva appunto l’intervento del Giudice per liberare le due galere, le merci e i prigionieri catturati a Cagliari.

Questa richiesta aragonese evidenzia, se mai ce ne fosse bisogno, la centralità politica assunta da Mariano II in quel periodo (tra l’altro fornì dei contingenti armati anche allo stesso Pietro); grazie alle sue disponibilità finanziarie e alla sua intraprendenza era infatti diventato un protagonista indiscusso delle vicende sarde (ma anche a Pisa, dove possedeva molti beni, si era creato una cerchia di potenti e influenti amicizie) contrastando efficacemente nell’isola sia l’espansionismo genovese che l’attività di Ugolino della Gherardesca (e dei suoi figli) e dei Visconti in rotta con il comune toscano.

martedì 27 marzo 2018

Seuni

Immagini della Trexenta ottocentesca: Seuni
 
SEUNI, villaggio della Sardegna nella divisione e provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Senorbì, e parte della Trecenta, che era un cantone dell’antico regno di Cagliari.
Nelle antiche carte leggesi Siuni. Comunemente dicesi Seuneddu, cioè Seunello, o piccol Seuni, non già perchè sia il più piccol paese della Trecenta, ma perchè esisteva un Seùnimannu (grande) di cui vedonsi le rovine a 5 minuti di distanza da quest’abitato verso tramontana.
La sua posizione geografica è nella latitudine 39° 35', e resta sotto il meridiano di Cagliari.
Siede sopra lo sporgimento d’un rialto, o d’un terrazzo in esposizione a tutti i venti, sì che nella estate il calore è molto meno che nelle regioni basse della Trecenta che giacciono nella regione meridionale, nelle stagioni medie molto minore l’umidità, rarissima e innocente la nebbia, e nei tempi della produzione de’ miasmi, pura de’ medesimi l’aria, che insieme è d’una gran limpidità, come apparisce di notte nella chiarissima scintillazione delle stelle.
Il punto in cui siede il paese è centro d’un bell’orizzonte, che si vede esteso quasi da ogni parte a grandi distanze.
Le case sono costrutte di pietre sopra la roccia con poca regolarità d’allineamento e di larghezza nelle poche strade.
 
Territorio. La sua superficie si può computare di circa 8 miglia quadrate. Una parte è piana, quella che resta sull’accennato terrazzo, l’altra rilevasi in colline o declina in ripe.
Sono aperte in esso molte fonti d’acqua salubre, come è quella che bevesi nel paese; formano diversi rigagnoli, che poi si riuniscono in rivoli.
Due di essi sono molto prossimi al paese; uno comincia a poco men d’un miglio al suo maestro nella ripa, l’altro scaturisce a miglia 1/2 al suo greco-tramontana, il terzo move quasi a egual distanza dalla parte di levante, il quarto da quella di greco a miglia 1, il quinto a miglia 1 3/4 da greco-tramontana.
I due primi si riuniscono col nome di Baigodi a piè della ripa, quasi all’austro, e uniti si versano in quello che nasce in territorio di Gesico al suo ostro, il quarto e quinto formano il Sarasi.
Le sponde del Baigodi sono sempre piene di lavandare de’ vicini paesi e di altre donne che fanno caccia di sanguisughe, o tagliano i giunchi che vegetano in alcuni tratti di terra, che si lascia incolta, perchè nell’inverno fangosa e in tempo secco compatta e dura come la roccia.
Il rio di Gesico scorre nella regione occidentale del paese nella valle, che apresi tra la ripa del terrazzo suddetto e il colle che dicono di Punta-acuzza, congiunto alla falda australe di Monte Corona.
Non sono in questo territorio tratti boscosi dove vegetino grandi alberi; ma in siti pietrosi che restano incolti trovansi delle macchie.
L’unica cacciagione che si possa fare è delle lepri e delle pernici. Queste ultime che poco si spaventano de’ cacciatori, ne’ tempi burrascosi si rifugiano ne’ luoghi più prossimi all’abitato.
Abbondano i funghi di ogni specie e se ne fa grand’uso; ma non sono rari i casi di avvelenamenti cagionati dai medesimi.
 
Popolazione. Il lettore che ora può distinguere tra questa regione così salubre, amena e ricca di acque pure, e le condizioni locali di Guamaggiore, Senorbì, Ortacesus, si maraviglierà vedendo che questo luogo di Seuni così favorevole alla popolazione sia il più spopolato. La ragione di che è forse in questo che gli abitatori de’ luoghi insalubri non sanno stimare il bene dell’aria pura, e perchè essendosi la popolazione di Seuni-manno dissipata, i vicini si sono introdotti a coltivare i terreni limitrofi al loro paese, e sono rimasti in questo.
Nel censimento del 1850 erano numerate anime 198, distribuite in famiglie 52 e in case 50, quindi distinte nell’uno ed altro sesso secondo le varie età, sotto i 5 anni, mas. 16, fem. 11; sotto i 10, mas. 9, fem. 10; sotto i 20, mas. 23, fem. 24; sotto i 30, mas. 19, fem. 11; sotto i 40, mas. 24, fem. 21; sotto i 50, mas. 14, fem. 13; sotto i 60, mas. 5, fem. 7; sotto i 70, mas. 1, fem. 2.
Si distinguevano poi in rispetto dello stato domestico, i mas. 103, in scapoli 66, ammogliati 34, vedovi 3; e le femmine 95, in zitelle 47, maritate 35, vedove 13.
Nell’anno 1769 questa piccola popolazione era ridotta a sole 7 famiglie che avevano complessivamente 49 anime.
Sono gente di buon carattere, laboriosi, sobrii, accorti e di vantata fedeltà. Essi pure con pregiudizio della loro sanità hanno dimesso l’uso delle pelliccie tanto salutare in un clima così variabile.
Come va che essendo accorti e laboriosi, e avendo una terra benignissima, come poi vedremo, sieno in condizioni poco felici e i più vivano disagiatamente? Perchè mancavano di soccorsi e di direzione. Aggiungasi che il loro paese essendo a piccol tratto dalla strada centrale possono più agevolmente trasportare i loro frutti.
Manca l’istruzione primaria, e nel paese forse non sono quattro persone che sappian leggere e scrivere.
Le donne, come negli altri luoghi, provvedono la famiglia de’ panni pel vestiario e delle tele per tutti i bisogni.
 
Agricoltura. Le terre di Seuni non cedono alle più fertili delle altre parti della Trecenta, e secondo le varie condizioni de’ diversi siti si hanno luoghi acconci, ne’ quali possono praticarsi molti diversi generi di coltivazione.
Quello che si semina da’ seunesi per se stessi consiste in star. 350 di grano, 60 d’orzo, 100 di fave, 10 di legumi, tra lenticchie, ceci e fagiuoli.
La fruttificazione mediocre è del 14 pel grano, 16 per l’orzo, 18 per le fave, 12 per i legumi.
Il monte di soccorso è dotato per fondo granitico di star. 300, per fondo nummario di ll. 40 ripartibili ogni anno fra’ contadini.
L’orticoltura è praticata da pochi, e potrebbe essere più estesa se si adattassero alla medesima tanti tratti di terreno pantanosi, dove riescono bene i citriuoli, i melloni, le zucche i cocomeri.
La coltivazione delle patate potrebbe essere molto fruttifera se si esercitasse nelle terre che si hanno proprie a questa specie.
La vigna è proporzionatamente estesa, e v’hanno siti così favorevoli, che il frutto vi abbonda e si hanno vini di gran bontà. Potrebbe pure questo ramo estendersi molto piantando a viti le ripe del terrazzo, dove godono meglio del sole.
Gli alberi fruttiferi sono di poche specie e pochi, ma danno ottimi frutti. Sotto le ripe, dove non si sentono i venti freddi, si potrebbe aumentare l’arboricoltura e formar delle selve anche di agrumi. Ma mancano i mezzi.
 
Pastorizia. Il bestiame manso consiste in buoi 84, cavalli 18, giumenti 40.
Si nutrono de’ majali e si educa molto pollame.
Il bestiame rude è tutto in alcune greggie di pecore, che sommeranno a capi 650.
I prodotti non bastano alla consumazione interna.
 
Commercio. L’unico ramo, da cui guadagnano qualche cosa, sono i frutti agrari, che porteran loro al più 15 mila lire!
Seuni ha Selegas a ostro-libeccio a miglie 1; Suelli a ostro-sirocco a miglie 1 1/2, dove si può andar per la strada reale, che passa a levante del paese a circa mezzo miglio; Gesico a maestro-tramontana a miglie 1 2/3; Mandas quasi a tramontana, dalla parte verso greco-tramontana, a miglia 4, dove parimente si può andare per la strada reale; Seurgus verso il levante a miglia 3.
 
Religione. Seuni era compreso con gli altri paesi della Trecenta nella diocesi di Dolia, la quale è annessa alla cagliaritana.
La chiesa parrocchiale è dedicata a s. Vittoria v. e m. sarda, servita da un parroco proprio, che si intitola rettore, e che ha coadiutore un altro sacerdote. Questa chiesa fu architettata nel 1583 da un certo Pavol o Paolo Riganò. Ha contiguo il cimitero, che serve di camposanto e resta fuori dell’abitato alla parte di ostro-sirocco.
A pochi minuti dal paese verso maestro in sulla sponda del terrazzo trovansi ancora ritte le mura di una chiesetta rurale, che era dedicata a s. Mauro abate.
 
Antichità. Le più notevoli delle eminenze già notate sono coronate da’ nuraghi, i quali si contano sino a 19 entro i termini seunesi, tutti, qual più, qual meno, diminuiti, ma meno degli altri il nuraghe Piscu, nella cui camera hanno ricovero i passeggieri, quando conviene loro di riposarsi perchè passa alla sua base la linea della grande strada, e il nuraghe Usti, che resta a ponente a circa mezzo miglio, ma meno notevole del predetto. A pochi passi da questo erano altri tre nuraghi, che vennero distrutti nel 1793 da’ nobili Martello, i quali adoperarono il materiale per chiudere un loro uliveto.
Di Seuni parlasi nel diploma, che abbiamo citato ultimamente in fine dell’articolo Senorbì.
Esso è il Seuni-mannu, che abbiamo indicato e che restò finalmente affatto deserto.
Si ignora in qual anno mancasse del tutto il suo popolo. Porta la tradizione che per gravi e irreconciliabili inimicizie, dopo molte stragi la fazione più debole sia dovuta escire dal paese e cercare altre sedi più quiete, dove avessero sicura la vita, e pare probabile che la parte che restò padrona nel paese sia stata annichilata dalla peste. Il che dovette avvenire prima della fondazione accennata della parrocchia di Seuni minore, se in questo sito si raccolse il residuo della popolazione di Seuni-mannu, che scampò alla pestilenza del 1581, come si crede.
I seunesi che dovettero per la violenza de’ nemici spatriare furono accolti nel novello paese di Pimentel, nome di un signore straniero, che quando si spense in quel territorio l’antica popolazione che vi avea abitato, la ristaurava con nuove famiglie. I seunesi aumentarono d’un terzo la nuova borgata, e ancora uno de’ rioni di Pimentel appellasi il vicinato di Seuni, e gli abitanti hanno cognomi simili a quelli che sono usati in Seuni.
Nelle vicinanze di Seuni-manno i contadini arando scoprono spesso sepolcri di alta antichità, lunghi poco men di metri 2, largo alla parte del capo 0,75 e profondi 1,20.
Vi si trovano avanzi di crani, e altre ossa, scodelline, orciuolini, manichi di spade in ottone e monete di varia grandezza.




[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XX, Torino 1850, pagg. 69-74.

venerdì 16 febbraio 2018

Viaggiatori ottocenteschi: descrizione della Trexenta di Alberto della Marmora

Viaggiatori ottocenteschi: descrizione della Trexenta di Alberto della Marmora [1]

“Au pont de Bangius la scène change, on ne voit plus qu’une espèce de piaine, ou plutòt un bassin légèrement ondulé dit la Trexenta; il est tout peuplé de villages: les uns, tels que ceux d’Arixi, de S. Basilio et de Sisini, sont placés au pied ou sur le versant des collines tertiaires qui bordent ce bassin vers l’est; du côté opposé on remarque spécialement ceux d’Ortacesus, de Guasila, de Guamaggiore, de Selegas et de Seuni, tandis que dans le centre de la plaine, la grande route traverse les gros villages de Senorbì et de Suelli.” 

"Dopo aver attraversato Monastir e superato il secondo ponte, a meno di un chilometro di distanza dal villaggio, il nostro viaggiatore dovrà lasciare la strada centrale per prendere a destra quella detta “dell’Ogliastra” o più comunemente “strada di Mandas”: egli vedrà subito sulla destra il grande villaggio di Ussana; poi lascerà, dalla stessa parte, dapprima quello di Donori, poi quello di Barrali, mentre sulla sinistra avvisterà in lontananza quelli di Pimentel e Samatzai.

Il terreno fino al ponte di Bangius è un po’ accidentato, soprattutto a est, dove avanza un contrafforte del monte granitico di Donori che si prolunga fin sopra Bangius; lo chiamano Monte Uda. Dietro al contrafforte si trova il villaggio di Sant’Andrea Frius, nei dintorni del quale sono state effettuate ricerche di minerali piombiferi, senza alcun risultato soddisfacente. Tuttavia il geologo potrà trarre profitto dalla visita del posto grazie alla varietà dei terreni che vi si trovano, tra gli altri i depositi terziari conchigliferi.

Nel ponte di Bangius lo scenario cambia: si vede soltanto una specie di pianura o piuttosto un bacino leggermente ondulato detto “Trexenta”; è popolato di villaggi: alcuni come Arixi, San Basilio e Sisini, sono ai piedi o sui versanti delle colline terziarie che delimitano il bacino a destra; dalla parte opposta si notano specialmente Ortacesus, Guasila, Guamaggiore, Selegas e Seuni, mentre al centro della pianura la grande strada attraversa i popolosi villaggi di Senorbì e Suelli.

Suelli fu un tempo sede episcopale, a datare da San Giorgio vescovo della Barbagia, al quale Torgotorio I, giudice di Cagliari, donò questo villaggio per tenere vicino a sé quel santo prelato.

La seconda moglie di questo giudice, di nome Nispella, gli donò anche la vicina villa di Simieri; i due sposi sono quelli di cui si è parlato nel capitolo precedente a proposito della chiesa di Sant’Antioco, dove sembra sia stato sepolto Torgotorio I.

Nel 1425, sotto il pontificato di Martino V, il vescovado di Suelli fu unito alla mensa arcivescovile di Cagliari, alla quale adesso sono annessi tutti i villaggi della Trexenta; ciò non impedisce che il vecchio titolo di vescovo di Barbagia passasse nel 1824 al nuovo vescovado di Tortolì. La figura di San Giorgio di Suelli è molto popolare in tutta l’Isola, soprattutto nella parte montuosa, detta ancora oggi “Barbagia”. La chiesa parrocchiale di Suelli, dedicata a San Pietro, è antichissima; si sostiene che la sua costruzione risalga ai tempi in cui viveva il San Giorgio in questione e cioè prima dell’anno 1113 nel quale morì. Vicino alla chiesa c’è il santuario dedicato al santo e molto frequentato dai devoti.

Il bacino della Trexenta, nonostante la grande fama di fertilità dovuta alle colture cerealicole, colpisce il viaggiatore per la totale assenza di alberi prodotta principalmente dalla mancanza d’acqua: difetta anche d’acqua potabile, e quella che si beve è salmastra oltreché rarissima. Le persone agiate dei paesi la mandano a prendere molto lontano.

Ho tuttavia dei dati geologici e stratigrafici sufficienti per credere che delle prove di scavi artesiani in questi luoghi sarebbero coronate da grande successo. Tutto il bacino, formato da depositi terziari abbastanza recenti stratificati regolarmente, si appoggia sui monti di formazione più antica che si elevano verso est; da questi punti devono senza dubbio provenire delle falde di acque sotterranee che scorrono nelle parti inferiori del bacino in questione, per cui è molto probabile che qualche colpo di sonda fortunato e ben diretto faccia scaturire le acque alla superficie della pianura. È una delle prove di sondaggio che in Sardegna raccomando in modo speciale.

Superato il villaggio di Seuni si incontra una salita che porta a un altipiano composto anch’esso di terreni terziari; si vedono a destra, un po’ in lontananza, i bei paesi di Siurgus e Donigala, nel punto di giunzione del bacino terziario ai monti di transizione, mentre verso ovest si vedono sorgere le cime marnose di Punta Acuzza (“Punta Acuta”) e il Monte Corona sotto il quale si nasconde il fangoso villaggio di Gesico; poi si arriva, sempre in pianura, a quello di Mandas.

Mandas è notevole soltanto per l’estensione dell’abitato e per la numerosa popolazione; la chiesa non offre un grande interesse, ma è degna d’essere ricordata per gli ornamenti in marmo locale, di cui è stata dotata a spese e su iniziativa di un suo rettore, il defunto Federico Gessa. Questo degno ecclesiastico fece intraprendere da solo lo sfruttamento e la lavorazione di un marmo grigio detto “bardiglio”, che si trova nel terreno di transizione a qualche minuto di distanza dal villaggio; ma l’industria decadde alla morte del rettore e non si riprese più, nonostante l’impegno del fratello, Francesco Gessa, anch’esso defunto, che per molti anni fu intendente della provincia di Isili, alla quale appartiene il villaggio. Il ricordo dei due fratelli resterà a lungo impresso nella memoria delle persone che come me hanno sempre trovato nella loro casa un’ospitalità cordiale e allo stesso tempo estremamente discreta, condizioni che difficilmente coesistono."




[1] Alberto DELLA MARMORA, Itinerario dell'isola di Sardegna, (riedizione originale Torino 1860 con traduzione a cura di Maria Grazia Longhi), vol. 2, Nuoro 1997, pagg. 9-12. Titolo originale: Itinéraire de l’Ile de Sardaigne, pour faire suite au Voyage en cette contrée, tome I-II, Turin, Fréres Bocca, 1860, pagg. 364-367. L'estratto in francese direttamente dalla versione originale a pag. 365.

mercoledì 14 febbraio 2018

1353 concessione uso delle armi ai pisani

1353 concessione uso delle armi ai pisani
(Sergio Sailis)


Il 14 febbraio 1353 Pietro IV concede finalmente ai vicari pisani presenti in Sardegna di poter portare armi sia difensive che offensive e di poter girare con una scorta di due uomini. Gli ufficiali del Comune toscano presenti nell’isola per amministrare i feudi di Gippi e Trexenta (concessi in feudo con la pace del 1326) erano stati a più riprese oggetto di vessazioni e intimidazioni e nel corso degli anni Pisa aveva a più riprese presentato le proprie rimostranze presso la corte aragonese.
 
(img ASPi)


Nella stessa data Pietro IV emana tutta un’altra serie di ordini (una trentina) volti a salvaguardare (almeno ufficialmente) gli interessi, anche commerciali, del Comune dell’Arno in Sardegna. I segnali provenienti da Mariano IV d’Arborea infatti erano poco incoraggianti e palesavano quel malessere che pochi mesi dopo sfocerà nell’aperta ribellione; con questa mossa probabilmente il sovrano aragonese intendeva non alienarsi le simpatie dei toscani e attirarli dalla sua parte o perlomeno mantenerli neutrali nell’ormai quasi imminente conflitto con l’Arborea.

 Uno degli ordini impartiti da Pietro IV nel medesimo 14 febbraio 1353 riguarda Jofré Gilabert de Cruïlles in quanto, secondo le accuse dei vicari pisani, aveva estorto dei beni agli abitanti di una delle ville trexentesi che aveva in feudo prima della pace del 1326 a seguito della quale passarono al Comune di Pisa.

Le ville in questione erano Bangiu de Aliri, Seuni e Suelli (oltre che Donigala e Siurgus ed in seguito anche Orroli e Goni) e inoltre quella di Segariu che era in feudo a sua moglie Sibilla de Vergua. Il sovrano ordinava ai suoi ufficiali che intimassero al nobile de Cruïlles di restituire il maltolto.
 

 

giovedì 8 febbraio 2018

Senorbì

Senorbì[1]

Immagini della Trexenta ottocentesca: Senorbì

SENORBÌ, villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari capo luogo di mandamento sotto il tribunale di prima cognizione di Cagliari, compreso nella Trecenta, e nell’antico regno di Cagliari o Plumino.
La sua posizione geografica è nella latitudine 39° 32', e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 1' 30".
La situazione sulla sponda orientale d’un rialto contenuto tra due rivi, lungo circa miglia 3 2/3 da ostro a settentrione, largo 2 1/3. Una porzione dell’abitato resta sul rialto, l’altra nella ripa. Le strade principali sono selciate e tra esse è la strada reale che anderà verso Gallura.
Nella regione circostante a sei e più miglia non sorgendo eminenze notevoli il paese è ben ventilato da tutte le parti.
Il caldo è forte nell’estate, il freddo mite nell’inverno; le pioggie, come altrove non molto frequenti, ma grave l’umidità e frequente la nebbia, che spesso guasta i seminati nel fiorire, e le frutta.
I temporali sono rari, e raro fenomeno la neve nel-l’inverno e pochissimo durevole.
L’aria sebbene sia migliore, che in altri luoghi della Trecenta, si sente però maligna dai non avvezzi alle morbose esalazioni de’ terreni umidi e de’ luoghi pantanosi che sono nella prossima vallata a levante.
 
Territorio. È quasi tutto piano, perchè è piano il rilevamento notato, e le sue pendici di mitissima declività.
In esso non è altra generazione di selvatici che le lepri, che sono in maggior numero, che si potesse supporre per la estesa coltivazione, dalla quale è ristretto alla medesima lo spazio e sgombrato il suolo delle macchie.
I cacciatori ne prendono spesso, e prendon pure copia di pernici, quaglie, anatre, folaghe.
Manca il bosco ceduo, sparse raramente le macchie, e devonsi però da’ poveri raccogliere le grosse erbe de’ campi, principalmente i cardi agresti.
Finora i senorbini non han pensato a far piantagioni di alberi per servigio de’ focolari, sebbene non manchino i siti, i quali rifiutandosi ad altre produzioni non si negherebbero a queste: ma presto vedranno la necessità di farlo e i loro terreni facendosi più ameni per la vegetazione di alberi fruttiferi e cedui, contribuiranno maggior quantità di legna alle case.
Si può dire che in questo territorio manchino le fonti fuorchè a piè della ripa contro levante, dove sono alcune piccole sorgive, ma non tutte perenni.
Nel comune sono molti pozzi, però l’acqua essendo salmastre si sono dovute costrurre molte cisterne, il che ha giovato alla sanità degli abitanti.
A pochi minuti dal paese è una notevole palude detta Bangius, cioè bagno, si intende facilmente che può essere guazzo per i porci. Questa manda fuori una gran pestilenza, e si potrebbe quasi dire che non solo contamina l’aria di Senorbì, ma sparge l’infezione anche a qualche distanza. Quando il calore diminuisce le acque e si scopre intorno qualche zona del bacino, allora le esalazioni pessime cominciano dall’offender le navi.
A più di questo devesi notare che nel suolo più basso, in cui termina l’abitato, è in tempi umidi nientemeno, che un gran pantano per le molte acque che vi si fermano.
Le prime pioggie autunnali inondandolo fanno sviluppare in grandissima abbondanza i miasmi, e crescono l’infezione, che produce la suddetta palude e che aumentano altre cause.
Con pochissima arte e con pochissima spesa potrebbesi ottenere che le acque, che ora si fermano nell’indicato luogo a piè dell’abitato, scorressero sino al fiume, e potrebbesi pure ottenere il prosciugamento della palude di Bangius, ma quei paesani, che patiscono spesso le febbri e talvolta soccombono per la malignità delle medesime, non sanno pensare alla convenienza o di togliere o di diminuirne le cause, nè tra le persone illuminate, che possono essere nel paese, alcuno propone i lavori necessarii, che sarebbero compensati per l’acquisto delle terre, che per causa del loro allagamento sono fuori di servigio. Gli amministratori della provincia, a’ quali appartiene la polizia sanitaria massime de’ siti prossimi alle grandi vie, avrebbero già dovuto provvedere; ma gli amministratori non conoscono i luoghi, non ne sanno le condizioni, e forse nè pur sanno che sian questi provvedimenti ne’ loro principali doveri di governo politico.
Ho detto che sarebbe facile togliere codesto pantano e chi conosce la declività del suolo non può concedere altrimenti.
Popolazione. Proporremo qui pure ciò che trovasi notato nel censimento della popolazione dell’isola, pubblicato nel 1846.
Senorbì avrebbe numerato in uno degli anni antecedenti anime 1257, distribuite in famiglie 308, e ripartite in 306 case.
Si distingueva questo totale di anime in rispetto dell’età e del sesso nel seguente modo:
Sotto gli anni 5 maschi 87, femmine 60; sotto i 10 mas. 78, fem. 79; sotto i 20 mas. 168, fem. 128; sotto i 30 mas. 94, fem. 97; sotto i 40 mas. 80, fem. 76; sotto i 50 mas. 60, fem. 69; sotto i 60 mas. 57, fem. 62; sotto i 70 mas. 25, fem. 19; sotto gli 80 mas. 6, fem. 6; sotto i 90 mas. 4, fem. 1; sotto i 100 mas. 1.
Si distinguevano quindi in rispetto delle condizioni domestiche in quest’altro modo:
 
Maschi: scapoli 419, ammogliati 222, vedovi 19, totale 660. 
Femmine: zitelle 328, maritate 224, vedove 45, totale 597.
 
Ritorna l’occasione di avvertire anche un’altra volta lo sbaglio che occorre nella differenza, che trovasi frequentissima nel citato censimento sopra la diseguaglianza degli ammogliati e delle maritate, che necessariamente si corrispondono in perfetta eguaglianza.
Nel 1834 io notava in Senorbì anime 1112, distinte in maschi 360 sopra i 20 anni, 172 sotto quell’età, totale mas. 532, e in femmine 409 sopra i 20 anni, 171 sotto, e in totale 580, sì che il numero delle donne è superiore a quello degli uomini, come è naturale, e secondo l’esperienza.
Inoltre osservando la differenza ben notevole di 63 femmine in meno, credo che qui sia un errore, perchè secondo quello che io ho potuto accertare nelle mie note le differenze sono molte minori tra il numero delle femmine e quello degli uomini. Forse i lavoratori di altri paesi che sono a servigio de’ proprietari del paese sono stati compresi nelle loro famiglie. Se non sia questa la ragione della notata diseguaglianza, allora bisogna dire che le note somministrate al redattore fossero fatte con quella consueta incuria, con cui sempre i parochi han fatto il censimento.
È infine da notare il fenomeno di non rara longevità che si osserva in questo paese di aria tanto insalubre, come in altri della Sardegna, che sono nelle stesse condizioni. Il qual fenomeno si lega all’altro della robustezza che vedesi negli uomini di simili contrade, i quali si espongono a tutte le inclemenze atmosferiche e restano in mezzo alle venefiche effluenze della terra e de’ pantani senza risentirne danno, che rare volte, sì che pare che quel veleno non abbia alcuna efficacia nella loro organizzazione. Un simile fenomeno non si vede certamente nè alle paludi romane, nè alle maremme toscane, nè in quei dipartimenti della Francia che hanno un terreno paludoso, dove gli uomini a 25 anni sono cadenti per vecchiezza. Questo fenomeno fa che alcuni forestieri non credano al vizio dell’aria e si espongano con loro danno.
I numeri del movimento della popolazione sono i seguenti: nascite 60, morti 28, matrimoni 14.
Le malattie più comuni sono le febbri autunnali e infiammazioni, che spesso sono micidiali, e si patiscono per difetto di precauzioni contro la variabilità della temperatura.
Si ha nel paese un flebotomo ed un farmacista.
I senorbini sono uomini di buona pasta, assidui nel lavoro, religiosi, ossequiosi all’autorità, tranquilli e rispettosi delle altrui proprietà, onde non si sente mai a parlare di furti, di risse e di omicidii.
Sono in Senorbì cinque famiglie nobili, di notevole fortuna e agiatezza.
Quasi tutte le famiglie sono proprietarie e le povere possiedono almeno la casa dove abitano.
Come nelle altre regioni piane e fertili le proprietà sono maldivise, e mentre un certo numero di famiglie hanno estesi possedimenti, tante altre non hanno di proprio una sola giornata di terreno, dove lavorare a proprio conto, epperò non pochi devono porsi sotto certe condizioni al servigio annuo dei grandi proprietarii, o lavorare alla giornata quando alcuno li chiama alle proprie terre.
 Professioni. Sono applicati all’agricoltura circa 380, alla pastorizia 40, ai mestieri di necessità 30, e al negozio 2.
Le donne sono laboriose e quando hanno assestato le cose di casa filano senza posa e tessono tele di lino.
L’istruzione elementare è così trascurata come altrove, e il profitto nullo. Gli scolari sono in lista 20.
Le persone del comune non impiegate che sanno leggere e scrivere non saranno più di 20, ed impararono altrove che nella scuola primaria.
Sono in Senorbì sei notai, e trovano facilmente mezzi di vivere e far fortuna.
Il tribunale è composto di tre soggetti, che sono il giudice, il sostituito ed il segretario. Esso ha giurisdizione sopra questo paese e Sisini, Selegas, Suelli, s. Basilio, Seuni, s. Andrea, Arixi.
 Agricoltura. Le terre di Senorbì sono nel generale di tanta feracità, da meritar con l’altre della Trecenta la riputazione che hanno di prima forza, e da primeggiare tra le più granifere dell’isola. Se producono tanto non ostante la imperfezione dell’arte, produrrebbero anche di più se si operasse con maggior intelligenza.
La seminagione dei cereali suole essere nei numeri seguenti; starelli 1500 di grano, 250 di orzo, 300 di fave, 100 di legumi, 60 di lino.
La moltiplicazione mediocre delle semenze è del 15 pel grano, del 20 per l’orzo, del 18 per le fave. Come si è potuto dedurre dal cenno topografico sono nel territorio di Senorbì sotto la ripa orientale del rialto lunghi tratti di terreno idoneo per l’orticultura; ma la maggior parte di esso lasciasi oziosa e le specie ortensi sono coltivate da pochi e in piccoli spazi.
I legumi comunemente usati sono ceci, cicerchie, lenticchie.
Le specie ortensi comunemente coltivate sono cavoli, rape, cipolle, ravani, lattughe, andivie e altre poche.
Gli alberi fruttiferi sono in piccol numero e di poche specie, peri, meli, susini, fichi, pomi granati, peschi, albicocchi ecc., che in totale non sorpassano i quattromila individui.
Potrebbero in questo terreno venire felicemente gli agrumi e formarsi de’ vasti giardini; ma l’industria manca, e si fa solo quello che si facea da’ maggiori. I signori che hanno i mezzi di fare utili innovazioni non le fanno, e finchè quei paesani non sieno persuasi della evidenza dell’utile non esciranno dall’antica via e dalle viete pratiche.
Il vigneto è assai esteso, le uve di molte varietà bene maturanti e abbondanti di mosto. I vini hanno riputazione di buoni, e la malvasia è specialmente stimata. Il buon vino è forse il miglior antidoto che abbian ne’ luoghi malsani contro l’azione venefica de’ miasmi che si bevono nella respirazione.
Una piccola porzione di mosto si cuoce per la provvista della sapa, un’altra si distilla per acquavite.
Oltra il terreno chiuso per le vigne sono chiuse altre parti della superficie di piccola o grande estensione, i cungiaus (piccoli chiusi) e le tanche (chiudende maggiori) dove si semina or una or altra specie.
Pastorizia. Un terreno così fertile produce liberalmente anche dove non soccorre l’industria umana, e si ha però un pascolo abbondante.
Nel bestiame manso di Senorbì si numerano buoi 390 per i servigi agrari e per trasporto, cavalli per sella e basto 115, giumenti per macinare i grani 380, majali per provvista domestica 90.
Nel bestiame rude sono vacche 550, pecore 5000, porci 900, cavalle 200. Le capre sono in pochissimo numero per causa che il pascolo conveniente ad esse è rarissimo.
I prodotti del bestiame non solo bastano alla consumazione del paese, ma danno un superfluo che si esita nei paesi d’intorno o nella capitale.
L’apicultura è generalmente negletta.
 Commercio. L’articolo principale, da cui lucrano i coloni di Senorbì, sono i cereali, da’ quali complessivamente con gli articoli minori possono ottenere più di 130,000 lire.
Questo paese ha il comodo della facilità de’ trasporti, perchè passa nel suo mezzo la strada reale, che da Cagliari or è tracciata sino in là di Serri e sarà presto continuata sino alla Gallura.
La sua distanza da Cagliari è di sole miglia 20.
I paesi che gli restano d’intorno sono Arixi quasi al levante a miglia 1 1/6, S. Basilio nella stessa direzione a 3 1/6, Sisini verso greco-tramontana a 2, Suelli a settentrione a 1 5/6, Selegas verso il maestro-tramontana a 2 1/2. In stagione secca si può carreggiare da uno ad altro de’ suddetti paesi, ma nell’inverno la difficoltà è massima per i profondi fanghi.
Religione. Questo paese che era nella diocesi doliese or è compreso nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari.
La chiesa parrocchiale è intitolata da s. Barbara vergine e martire di Nicomedia, ed è adorna di marmi e ben provveduta per le cerimonie del culto.
Il parroco che la serve ha il titolo di rettore e tiene per suoi coadiutori nella cura delle anime altri tre sacerdoti.
Le feste più solenni e frequentate da stranieri sono per la titolare addì 4 dicembre, e per s. Antioco martire sulcitano nel primo giorno di agosto. Questa seconda è fatta più allegra dai soliti sollazzi e dalla corsa de’ barberi.
Prossimamente all’abitato sono due chiese, una denominata da s. Nicolò di Bari, l’altra da s. Antioco.
La prima dista di soli 300 passi dalle ultime case verso greco-tramontana e fu parrocchia di un antico villaggio da più secoli distrutto, che si diceva Segolai.
L’altra dista di quasi il doppio, e fu di recente costrutta e benedetta.
Non essendosi, secondo che era maggiormente prescritto dal Governo, formato il camposanto, si seppellirono i morti in queste due chiese rurali, e non curandosi il Governo di far eseguire la legge si segue a seppellirli anche al presente.
Siccome queste due chiese sono piccole e lo spazio per le sepolture ristretto, quindi manca spesso il luogo a’ defunti che può dare la popolazione in certo periodo, e accade che si sfossi per deporre nuovi cadaveri là dove non sono consunti i già deposti anteriormente. Pare una cosa empia, una profanazione, estrarre non già le ossa scarne, ma scheletri che sono ancora in putrefazione.
Oltre queste due chiese minori vi sono nel territorio altre due chiese rurali, dedicate, una a s. Antonio abate, l’altra a s. Sebastiano martire per voto in tempo di pestilenza.
Antichità. Si può in questo territorio indicare un solo nuraghe, quello di Simieri, in gran parte disfatto con l’apertura d’ingresso non più alta di metri 1,20.
Antichi abitati. Il rottame ammucchiato che trovasi in diversi punti indica con certezza l’esistenza di antiche popolazioni.
Verso il meriggio a poco meno di un miglio queste rovine sono osservate presso la chiesa distrutta, che dicono di s. Pietro vecchio. Alla parte di greco-levante ora il villaggio di s. Teodoro, se così nominavasi in quei tempi, il cui sito pare sia stato a una od altra sponda del rio di Arixi; ora è traversato dalla sua corrente.
A settentrione in distanza dal paese di un terzo di miglio era il villaggio di Simieri: verso ponente, a mezz’ora presso a’ limiti con Ortacesus in Funtana bangiu, sembra esservi stata popolazione: verso greco appariscono altre rovine in sa Eclesia de Bangiu, come pure ne’ luoghi nominati Nostra Seniora de Itria e Arcu nella linea da Senorbì a Selegas, distanti un quarto d’ora.
In vedendo tanto prossime a Senorbì queste rovine parrà forse ad alcuno che in quei siti sieno stati dei casali, ma non ville; tuttavolta è innegabile che vi sono stati de’ villaggi, sebben, come è ragione di credere, sieno essi stati di piccola popolazione: perchè quantunque facile si voglia stimare nella fertilità del suolo in questa regione la sussistenza, non si può supporre che potesse fornire a una moltitudine di uomini.
La prova della esistenza di molti villaggi in una regione così ristretta, qual è il territorio di Senorbì, si trova nel diploma di investitura, che il giudice Torcotorio dava a suo figlio Salusio de Lacon, del dipartimento della Trecenta. In quest’istromento sono nominate la villa di Goi-majori (Guamaggiore), la villa di Selegas, la villa di Santu Sadurru, la villa di Sehuni, la villa di Sitxi (Sisini), la villa di Simieri, la villa di Arco, la villa di SENORBÌ, la villa di Segolai, la villa di Arixi mungeta, la villa di Arixi picciu, la villa di Planu Montis, la villa di s. Basilio, la villa di Frius, la villa di Donnigala alba, la villa di Alluda, la villa di Villacampu, la villa di Baralba, la villa di Funtana Sisini, la villa di Bacu de Otgo, la villa di Jugas de Sitxi, la villa De-Sii, la villa di Dey, la villa di Lery, la villa de Siocho, la villa di Sebera, la villa Surbou, la villa di Ortachesos, la villa di Turri, la villa di Baniu de Sitxi, la villa di Pau, la villa di Fraus, la villa di Segariu, la villa di Saccargiu, la villa di s. Justa de Lanessi (nome rimasto al rivolo di Segario), la villa di Goiesili (Guasila) e altre.




[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XIX, Torino 1849, pagg. 869-877.

martedì 6 febbraio 2018

1218, riconferma all’arcivescovo pisano dei diritti sulla Sardegna

1218, riconferma all’arcivescovo pisano dei diritti sulla Sardegna
(Sergio Sailis)

 Ascò o Vitale, oggi mi sento buono e generoso e ti ridò i diritti sulla Sardegna però i tuoi concittadini devono comportarsi bene con la Santa Sede.
Accadeva ottocento anni orsono, tondi tondi, il 5 febbraio 1218. Papa Onorio III informa il capitolo, il clero e il popolo pisano della sua decisione di riconfermare i diritti di legazia e il primato sulla Corsica e sulle province sarde di Torres, Arborea e Cagliari all’arcivescovo pisano Vitale.

(img ASPi)
 
Lo stesso giorno scrive anche agli arcivescovi e vescovi sardi, ai Giudici di Torres e Gallura e ai nobili sardi informandoli della sua decisione e ordinando loro di prestare al presule pisano gli onori che gli competono.
In effetti tre giorni dopo Onorio procederà ufficialmente al rinnovo di questi privilegi, concessi dai predecessori di Onorio III, e che erano stati sospesi a seguito di quanto successo poco tempo prima in Sardegna ossia il matrimonio di Lamberto Visconti con Elena di Gallura (che aveva di fatto compromesso le mire matrimoniali di Trasamondo de Segni cugino di papa Innocenzo III) e l’invasione del Giudicato di Kalari (sempre ad opera di Ubaldo e Lamberto Visconti) ai danni degli eredi di Guglielmo di Massa pregiudicando così la politica papale tendente a stabilire il controllo e la sovranità sull'intera isola.
La nomina di Vitale, risalente all’anno precedente, era stata voluta dal Papa in quanto ritenuto persona a lui fedele e particolarmente utile per contrastare la tradizionale politica filo imperiale del comune toscano; gli avvenimenti successivi però, ossia l’appoggio incondizionato dell’arcivescovo alla consorteria dei Visconti (che aveva preso il sopravento a Pisa dopo la battaglia sul fiume Frigido  e la conseguente sconfitta del Giudice cagliaritano Guglielmo di Massa nel 1213) e al Comune di Pisa, l’inosservanza di Vitale di scomunicare i Consoli in carica (e quindi Ubaldo Visconti) e lanciare l’interdetto su Pisa come conseguenza dell’invasione del Giudicato di Kalari (nonché il rifiuto da parte dei pisani ad abbandonare la Sardegna), porteranno in seguito il Pontefice a ricredersi sulle sue scelte e, nell’agosto dello stesso 1218, a revocare nuovamente questi diritti che la chiesa pisana vantava ormai da quasi un secolo e mezzo.

giovedì 1 febbraio 2018

Viaggiatori ottocenteschi: descrizione della Trexenta nel viaggio di Carlo Corbetta

Viaggiatori ottocenteschi: descrizione della Trexenta nel viaggio di Carlo Corbetta[1]

“Si continua quindi la via, solcando dolci colline a pascoli naturali, a cespugli, a grano, sui quali si mostrano favorevolmente Ussana e Donori, ove fu recentemente scoperta e messa in coltivazione, da una società francese, una miniera di piombo argentifero, poi Barali e Pimentel, casolari tutti vicini alle sponde del Rio Mannu. Qui sonvi le Grottas de Gianas, tombe scavate nel masso, che alcuni vogliono assegnare ad epoca fenicia, altri a cartaginese, forse invece abitazioni troglodite, adattate poi ad uso di sepolcreti, come se ne trovano altre.

Si entra così nella Trexenta, piccola regione ben coltivata, ove siedono Ortacensus, Guasila, Selegas, Seuni, Gesico, da un lato; San Basilio, Sisini, Seurgus, Donnigala dall'altro, tutti piccoli villaggi, poi Senorbi e Suelli, in mezzo ai quali passa la strada. Il primo di essi con varj nuraghes vicini, ambedue a poca distanza fra loro, contornati da ulivi, mandorli e peri, con case alte solidamente costrutte, tutte differenti da quelle di mota lasciate indietro, con giardini ed orti, dalle cui mura alzano il capo chiomato alcune palme, il che, dà loro aspetto assai pittoresco.

Dopo campi di grano senza un albero, s' incontrano molti terreni incolti, solo coperti da bassa vegetazione naturale, sparsi qua e là, sui luoghi più elevati, di alcuni nuraghes. Ad un certo punto della strada, ci è d'uopo arrestarci per lasciar passare grossi branchi di cavalli, che la ingombrano tutta. Sono piccoli cavalli indomiti, sferrati, cui sono ignote la briglia e la sella, con criniere irte ed incolte code, quasi allo stato selvaggio, tormentati sempre da una qualità speciale di mosche, che, stipate a miriadi, copron loro le parti inferiori e li punzecchiano e succhiano; i quali scendono dal monte al piano per essere impiegati nella battitura del grano. Li conducono due o tre contadini a cavallo con lunghe pertiche, di cui si servono a guisa di pungolo.

Si giunge così finalmente a Mandas, grossa borgata, i cui abitanti si dedicano esclusivamente alla coltivazione dei campi fertili di grano che li circondano; non per questo l'agricoltura può dirvisi avanzata; gli aratri, i carri, gli attrezzi rurali, sono tutti di foggie primitive. Ha case di due ed anche tre piani, abbastanza ben fabbricate con pietra arenaria che si trova nei contorni, e vicina alla quale esiste anche una cava di bel marmo bigio, alquanto somigliante al bardiglio.

Vi abitano varj agiati e relativamente ricchi proprietarj ; ha una chiesa antica di belle proporzioni, qualche negozio discretamente fornito, e perfino un casino di riunione sociale, che io presi per un caffè; ma s' ingannerebbe a partito chi vi cercasse locanda od osteria, poichè tale non si può chiamare una specie di stallo, ove per mia sventura dovetti cercare cibo e ricovero per la notte. È luogo di sosta dei molti carrettieri che vi transitano, e per essi sarà luogo conveniente, non per chiunque sa adattarsi bensì ai disagi del viaggiare in Sardegna, ma desidera almeno una mediocre nettezza.

In ogni modo bisogna entrare. Un pezzo d'omaccione alto due metri e largo in proporzione, burbero, taciturno è il padrone di codesta specie di posada, o meglio vera venta spaguola; esso però non si occupa di alcuna bisogna, e sta neghittoso e fermo come una cariatide appoggiato agli stipiti della porta; i pochi servigi son fatti dalla sua vecchia moglie alla quale esso comanda come un sultano, e che vedesi accoccolata a terra davanti al focolare che sta immezzo alla affumicata cucina, e sul quale bolle una pentola ove gorgoglia una scura broda spartana.

Un vasto cortile trasformato in letamajo con stalle da un lato, e un porticato dall'altro che dà accesso a due luride stanzaccie terrene, formano colla nominata cucina tutta la locanda.

Un po'di coriacea ed insipida carne di capra lessata con pane da otto dì, inaffiati con un vinaccio scuro che sapea di muffito e per soprassello di zolfo, fu tutto quello che mi fu imbandito dall'ostiera sopra un nudo pancaccio nella cucina, spoglio per buona ventura di tovagliolo che con quell'insieme non sarebbe certo stato un modello di pulitezza. Buon per me che mi restava ancora qualche uovo sodo e qualche arancia delle mie provvigioni, così feci, maciullando a due palmenti, un pasto Luculliano, perchè condito da una fame da poeta.

Dopo il pasto mi aggirai pel paese e nei contorni a respirarvi aria più pura. Lunghe file di pesanti carri a bovè aggiogati pel capo trasportavano le messi; le donne cantando villereccie canzoni, tornavano dalla vicina fontana portando sul capo, con gran disinvoltura senza cèrcine che le ajutasse a mantener l'equilibrio e senza gettare stilla d'acqua, le ricolme loro ampie e pesantissime giarre, specie di anfore di sottilissima argilla cotta, porosa, che mantiene assai fresca la temperatura dell'acqua; i mietitori rientravano dai campi a frotte, imbruniva, tutti si ritraevano alle case loro, bisognava pure ritirarsi e cercare riposo massime dovendo partire prima di giorno.

Il momento fatale era giunto; onde non restare all'aperto, e buscarsi certamente le febbri, era giocoforza entrare nella camera assegnatami. In essa, vasto locale a terreno umido e sucido, che per una distinzione speciale mi era stato tutto riserbato, erano tre o quattro canili piuttosto che letti esalanti tutt' altro che soavi olezzi; dalle lacere impannate dell'unica piccola finestra entravano buffi di vento fresco notturno, che facevano oscillare e tentavano spegnere la fiammella del fumoso lucignolo ad olio che diradava a stento le tenebre. La porta non si potea chiudere che a mezzo, tanto ne erano sconnesse le imposte sprovviste di saliscendi; due o tre sedie spajate e zoppe compivano il fastuoso mobiglio, di tavola ove almeno posare il lume, punta; sarebbe stato un superfluo lusso! Non mancavano però immagini di santi grandi e piccoli, con iscritte francesi e spagnuole, appese alle scabre pareti bigie e trasudanti umidore. Coricarsi su quei letti, certo semoventi, non era cosa possibile; passeggiai a lungo sull'ineguale ammattonato, fiaccando i piedi più che sull'acciotolato di una strada, finchè aggravandomisi le palpebre, mi ravvoltolai nella mia ampia coperta di lana, indispensabile arnese che tengo sempre meco in viaggio, e coricandomi vestito com'ero sopra le sedie ineguali trovai un placido sonno, come se fossi adagiato in soffici piume.

Era alta la notte quando si partì, ed io ero pronto prima di tutti; ben poco tempo mi aveva preso la toeletta, nè del resto vi avrei trovato il bisognevole.”




[1] Carlo CORBETTA, Sardegna e Corsica, Libri due, Milano 1877, pagg. 394-398