lunedì 22 maggio 2017

1313, la Sardegna nel bilancio di Pisa

1313, la Sardegna nel bilancio di Pisa
(di Sergio Sailis)


Ma economicamente quanto era importante la Sardegna per Pisa?

Nella tabella che segue sono esposte le entrate e le uscite del Comune per il 1313. Come si vede la Sardegna incide per oltre il 40% delle entrate del Comune e le uscite (relative agli stipendi di 25 cavalieri e 120 fanti per il Giudicato di Cagliari e di 25 cavalieri e 55 fanti per il Giudicato di Gallura) erano decisamente basse. Il contrario di quanto avverrà successivamente nel periodo catalano-aragonese durante il quale le rendite erano in massima parte appannaggio dei feudatari mentre la Corona dovrà sopportare enormi spese per mantenere l'imponente impianto burocratico e, soprattutto, le continue spese militari.
Rielaborazione tabella dello scrivente su dati Doenniges 1839 / Violante 1980.

Dalla tabella precedente si può quindi intuire il perché Pisa, qualche anno dopo, non lesinò l'impiego di ingenti risorse umane e finanziarie per difendere l'isola dai catalano-aragonesi.


 

venerdì 5 maggio 2017

1348, la Peste Nera

1348, la peste nera
di Sergio Sailis
La “Peste Nera”, terribile flagello tipico del Trecento di boccacciana memoria.
Come scrisse lo Zurita “... Fue esta pestilencia tan contagiosa y terrible que morían las gentes casi repentinamente; y de Italia pasó a Sicilia y Cerdeña y después a Mallorca. [...] Y fue una de las más generales y fieras mortandades que se lee haber habido jamás; y así se llamó la gran mortandad ...”. Così come gli altri territori della Corona catalano-aragonese quindi anche la Sardegna non ne era rimasta immune anche se probabilmente venne colpita in maniera meno drammatica rispetto ad altre zone europee. Al contrario delle epidemie successive (come ad esempio l’altrettanto famosa “peste barocca” del ‘600 per la quale ci si può basare in parte sui “Quinque Libri”) mancano purtroppo dati certi sulla reale rilevanza dell’epidemia e sul suo evolversi per cui per una valutazione sulla sua incidenza ci si affida principalmente a delle stime che per forza di cose risultano scientificamente poco attendibili. Sempre secondo lo Zurita oltre a Cagliari, che cita espressamente y hubo muy grande mortandad en la ciudad de Cáller”, l’epidemia, unitamente alle contemporanee operazioni belliche in corso nel periodo, ebbe conseguenze di un certo rilievo ma il cronista purtroppo non riporta di altre località sarde colpite così come del resto nella maggioranza dei documenti catalano-aragonesi dove, pur non mancando generici riferimenti sullo stato di desolazione in cui versava l’isola, non sono presenti dati utili per una statistica anche approssimativa.

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comunicazione morte della
Regina Eleonora

Naturalmente ad essere colpiti erano tanto le fasce misere della popolazione quanto le personalità di alto rango ed infatti non venne risparmiata neppure la stessa figlia minore di Pietro IV d’Aragona, l’Infanta Maria (che perse la vita a Valencia in tenera età qualche giorno prima del 13 giugno 1348), la moglie Eleonora di Portogallo (morta il 30 ottobre 1348) così come, per restare sempre nell’ambito della famiglia reale, nei primi giorni di maggio, proprio all’inizio della diffusione dell’epidemia, morì anche Giovanna di Foix, moglie del Conte Ribagorza zio di Pietro IV.
 
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comunicazione morte
dell'Infanta Maria
Negli stati peninsulari della Corona, dove peraltro era in corso una rivolta nobiliare, la situazione si fece delicata anche sotto l’aspetto dell’ordine pubblico con lo scoppio di disordini e saccheggi di abitazioni rimaste incustodite per la morte dei proprietari e che in molte località, causa l’ incitamento di alcuni ecclesiastici, sfociarono in una vera e propria caccia agli ebrei che divennero il capro espiatorio essendo ritenuti responsabili del diffondersi della malattia mentre nel Regno di Maiorca, a causa dei decessi, le autorità non erano più in grado potersi validamente difendere da eventuali attacchi pirati o tunisini e richiedevano pertanto urgente aiuto alla Corona che dispose l'armamento di diverse galere per il pattugliamento delle coste.

Per quanto riguarda specificatamente la Sardegna invece, il 5 novembre 1348 Pietro IV scrive un memorandum con istruzioni ai suoi ambasciatori presso la curia avignonese e tra i punti da mettere all’attenzione del pontefice Clemente VI ci sono proprio alcune circostanze riguardanti gli effetti della peste nel Regno di Sardegna. Il sovrano infatti afferma che “... per la gran mortaldat que es stada en Serdenya, es la isla quax despoblada ... “ tanto da non poter essere difesa nonostante abbia inviato della gente appositamente per ripopolarla. Per porre rimedio alle “grans pestilencies e mortaldats que son stades en la terra” e per favorire il ripopolamento dell’isola, avanza quindi la richiesta al pontefice affinché conceda la dispensa a chi, di qualunque condizione sociale, intendesse sposarsi nonostante la consanguineità entro il terzo grado di parentela o affinità. La dispensa inoltre era ovviamente anche per il sovrano in quanto intendeva risposarsi immediatamente con l’infanta Eleonora di Sicilia.
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istruzioni relative al caso Sardegna
 
Naturalmente la peste non risparmiò neanche i feudatari iberici presenti in Sardegna tanto che il sovrano sei mesi prima, il 6 maggio 1348, scrive al Governatore del Regno di Sardegna e Corsica, Rimbau de Corbera, disponendo che provvedesse ad assegnare a dei catalani i beni in feudo o in enfiteusi che erano rientrati alla Curia Regia a causa del morbo “... propter pestilencialium infirmitates ...” segno evidente che occorreva compensare i decessi con nuova linfa anche perché contemporaneamente era in atto la pericolosa rivolta dei Doria che dopo la vittoria conseguita a “s’aidu de su turdu” nel 1347 avevano stretto d’assedio la città di Sassari.
Anche per quanto riguarda la Trexenta abbiamo probabilmente alcuni casi. I fratelli Bernat e Pere de Sitges per esempio, feudatari di Barrali però residenti a Castell de Caller, rimasero entrambi colpiti da una malattia che nel 1348 portò al decesso del primo. Durante la malattia di Pere un altro suo fratello, Guillem, il 1° maggio 1348 presentò una supplica a Pietro IV affinché il sovrano derogasse al “mos Italiae” con cui era stato concesso il feudo di Barrali e potesse pertanto succedere al fratello qualora lo stesso fosse morto senza eredi; il sovrano accettò la richiesta ma per sua fortuna Pere riuscì a sopravvivere e a continuare la sua attività in Sardegna.
Un altro caso è quello di Ramon II ça Vall il quale, già feudatario delle ville di Gesico, Corongiu, Cebolla, Pirri e Sanvetrano per eredità dell’omonimo padre, alla morte senza eredi maschi di Nicola Carroç il 10 novembre 1347 aveva acquistato dalla curia regia anche le ville di Mandas, Escolca e Nurri da questo possedute. Il ça Vall però non riuscì a prendere materialmente possesso di queste ville in quanto la peste lo colpì mentre si trovava a Barcellona nell’agosto del 1348 e pertanto alla sua morte i suoi possessi vennero ereditati da suo figlio ancora minorenne Ramonet e per suo conto gestiti dalla nonna paterna Caterina.
Non abbiamo invece dati concreti relativi all’andamento dell’epidemia sul resto della popolazione della Trexenta. Nonostante nel passato alcuni studiosi abbiano messo in relazione la peste con il gran numero di abbandoni di centri abitati trexentesi, confrontando le “ville” del 1322 con quelle del 1359, salvo il caso di Turri che in quell’anno si avviava al completo spopolamento, possiamo escludere che questo sia avvenuto e che la loro scomparsa deve essere invece ascritta più propriamente agli ultimi lustri del secolo e ai primi del ‘400.
Nel citato periodo intercorrente tra 1322 e il 1359 assistiamo anzi alla fondazione (o meglio alla rifondazione in quanto spopolatosi nel secolo precedente) di un nuovo centro abitato: Frius; il neonato villaggio riuscirà infatti a superare il periodo critico della post-fondazione (in genere quello più delicato) nonostante il sopraggiungere dell’epidemia e, qualche anno dopo, della rivolta arborense che interessò anche il territorio trexentese e probabilmente proprio quello di Frius in modo particolare in quanto situato nella via per il castello Orguglioso (Silius) che verrà distrutto dalle truppe di Mariano IV nel 1353.

mercoledì 19 aprile 2017

1355 ostaggi sardi

1355, cattura di ostaggi sardi
(di Sergio Sailis)
 
Nonostante pochi mesi prima, il 13 novembre 1354, tra Pietro IV e Mariano IV fossero stati sottoscritti gli accordi di Alghero, la situazione nel Regno di Sardegna e Corsica non era del tutto tranquilla e pacificata. Il 19 aprile 1355 Pietro IV ordina pertanto ad Artal de Pallars di recarsi a Sanluri e in altri luoghi contigui con la frontiera arborense per identificare i luoghi validi per la difesa dei confini e in quelle zone prendere degli ostaggi così come nei vicini territori soggetti al Comune di Pisa ossia Gippi e Trexenta.

Img. ACA
La cattura di ostaggi era frutto della decisione di Pietro IV formalizzata nella terza costituzione (vedasi l'articolo apposito) del Parlamento riunito a Cagliari nel precedente mese di marzo; gli ostaggi dovevano essere preferibilmente maschi mentre le donne e i bambini, qualora ritenuto necessario, dovevano essere condotti in luoghi fortificati. Per esempio venne disposto che gli abitanti di Villamassargia dovevano essere portati al castello di Acquafredda mentre quelli delle curatorie di Sulcis e Sigerro dovevano essere portati nei castelli di Iglesias e Gioiosa Guardia avendo però l’attenzione di non prendere donne e bambini al di sotto di sette anni.
L’ordine di prendere ostaggi venne reiterato il successivo 24 aprile quando le trattative diplomatiche, che pure erano in corso, lentamente stavano lasciando il posto a nuove operazioni militari e in effetti nel mese di giugno ricominciano le ostilità con Mariano IV. Il 1° luglio infatti Pietro IV scriveva al Consiglio Reale – che richiedeva il rientro del sovrano in terra iberica per via della minaccia castigliana - di non poter lasciare la Sardegna in quanto gli arborensi erano di nuovo in armi e avevano distrutto alcune ville reali.
Img ACA
Una delle zone colpite da questi eventi era la Trexenta i cui abitanti inviarono una supplica al sovrano che il 25 giugno rispondeva invitandoli a concentrarsi a Serrenti per partecipare alle operazioni militari contro gli arborensi mentre le rispettive famiglie avrebbero potuto trovare rifugio nell’appendice cagliaritana di Villanova. 


Essendo infatti la curatoria situata proprio in una zona di frontiera tra l'Arborea e il Regno di Sardegna e Corsica la lamentela degli abitanti faceva seguito a varie scaramucce di confine nonché a requisizioni di frumento ai pisani che commerciavano con l’Arborea cui si aggiunge il fatto che circolava la notizia secondo cui il veguer pisano fosse passato dalla parte di Mariano.
La problematica situazione sarda si sommava alle nuove tensioni con il Regno di Castiglia (che sfociarono in guerra aperta nel 1356) e inoltre si aveva il timore che anche a Genova, benchè sconfitta nella battaglia di Porto Conte del 1353, si stesse approntando una nuova flotta per danneggiare le coste catalane per cui l'Infante Pietro, zio e luogotenente del sovrano in terra iberica, dava disposizioni per la protezione delle zone rivierasche della Catalogna e dei Regni di Valenza e Maiorca.
La situazione in Sardegna si tranquillizzò solo dopo una decina di giorni, l’11 luglio 1355, quando a Sanluri venne sottoscritto il nuovo accordo di pace con Mariano (peraltro con condizioni più favorevoli per i catalani rispetto a quelle firmate ad Alghero) e nello stesso mese finalmente gli ostaggi poterono far ritorno alle proprie case mentre Pietro IV, ormai rasserenato, rientrò nella penisola iberica ai primi del successivo mese di settembre.
 

venerdì 7 aprile 2017

Pimentel

Immagini della Trexenta ottocentesca: Pimentel
 
PIMENTEL o PIMENTELLO, villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Guasila e nella prefettura di Cagliari. È contenuto dentro l’antica curatoria del regno Cagliaritano.
La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 56', e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 4'.
Siede alla falda orientale di alcune colline, dalle quali è impedita alcun poco la ventilazione della parte del ponente e de’ suoi prossimi punti: e perchè alcuni altri poggi sorgono in poca distanza alla parte del levante e del greco, però la sua situazione può considerarsi come avvallata. Ed è diffatti giacente in un fondo e diviso in due parti da un perenne rivoletto. Da ciò nasce la forza del calore nell’estate, la tepidità dell’atmosfera nell’inverno, la nebbia, l’umidità. L’aria non è salubre ne’ tempi, che ne’ luoghi pantanosi della valle fermentano i fanghi, e lo è ancora meno quando il vento vi versa i miasmi delle terre di Barràli. Sono anche dentro il paese molte cause di malignità, e non era poca quella che usciva da’ sepolcri.
Il territorio de’ pimentellesi non è maggiore di 4 miglia quadrate, di starelli 3400, parte collino, parte vallivo, e tutto facilmente coltivabile.
Sono in esso alcune fonti, e di esse le più notevoli sono, quella che trovasi alla parte boreale del paese, che si raccoglie in alcune vasche per abbeverarvi il bestiame, per bevanda delle famiglie che non hanno pozzi di buona vena e per altri bisogni; quindi quella che è nominata di Solaris, a distanza di mezzo miglio dall’abitato, verso greco-tramontana, di acqua molto migliore della prima, donde però si provedono tutte le famiglie agiate. A distanza di un’ora sono varie sorgenti di acque ottime.
Manca affatto il bosco, e ne’ luoghi incolti è raro che trovisi qualche arbusto.
I selvatici sono lepri, conigli e volpi.
 
Popolazione. Questo paese nominato dal titolo del signore straniero, che possedeva la Trecenta, è di poca antichità, e vuolsi sia stato stabilito nel 1670.
Il numero attuale de’ suoi abitanti è di circa 655, totale risultante da maggiori di anni 20 maschi 200, femmine 217, minori maschi 125, femmine 112, che si spartiscono in circa 170 famiglie.
Pimentello è diviso, come già notai, da quel rivo-letto in due rioni, o vicinati, come dicesi, uno nominato Nuraxi opposto al greco-levante, l’altro Saceni di incontro al ponente-libeccio.
L’ordinario annuo numero delle nascite è 20, delle morti 13, di matrimoni 7.
Per la cura sanitaria basta un sol flebotomo, che a tutte le malattie applica la panacea universale della lancetta. Per buona sorte che i temperamenti sono forti, e che poco i corpi patiscono dopo superati i pericoli della prima età, e che molti si abbandonano al beneficio della natura.
Le malattie più frequenti sono le infiammazioni di petto, i dolori di punta, e le febbri intermittenti.
La principale professione è quella dell’agricoltura, alla quale sono applicati tra maggiori e minori non meno di 220 persone, quindi quella della pastorizia, nella quale si possono numerare 25 individui.
Alle arti meccaniche de’ muratori, fabbriferrari, falegnami non istudiano più di 10 individui, i quali quando sono disoccupati da’ lavori di queste arti vanno a lavorar sul campo.
Le persone che non facciano alcun’opera sono rarissime e forse si contan sulle dita.
Le donne lavorano nel telajo, e di queste macchine (d’antica forma) quasi tutte le case son fornite. Molte donne han lucro dalla vendita delle tele.
La istruzione primaria è, come generalmente nelle altre parti, poco curata; i fanciulli, che concorrono alla medesima circa 10. Forseperò non saranno 12 in tutto il paese che sappian leggere e scrivere.
 
Agricoltura. Di quella superficie coltivabile, che sopra notai (starelli 3400), due mila e trecento starelli sono dedicati a’ cereali, con alterno esercizio e riposo, il rimanente è nel vigneto, nel prato e nel salto.
Le quantità solite delle seminagioni sono le seguenti, di frumento star. 700, d’orzo 200, di fave 320, di legumi (cicerchie, piselli, caci, lenticchie) 60, di lino 120.
La fruttificazione è abbondevolissima se il cielo favorisce alla vegetazione con la opportunità delle pioggie, e se nel tempo della fioritura e dell’ingranimento non incomba sopra i seminati nessuna nebbia venefica. Questa in poche ore diminuisce a metà, e pure a un decimo e a un ventesimo, la raccolta.
Le vigne danno buoni vini se le uve sono manipolate con qualche intelligenza.
Tra le viti sono alberi fruttiferi di molte specie, ma non in gran numero. Vi sono prosperi e danno ottimi frutti.
L’orticoltura è ristrettissima, perchè non si produce più del bisogno di alcune famiglie.
La pastorizia non cura che pecore, vacche e porci.
Il bestiame domito consiste in buoi di lavoro 270, cavalli 60, giumenti 200.
Il bestiame rude in vacche 220, pecore 3000, porci 350.
Si fa formaggio del latte pecorino, ma molto meno che voglia la consumazione, e di poco pregio, perchè non si sa fare.
 
Commercio. Gli articoli che i pimentellesi danno sono i soli cereali; però quando per la irregolarità delle stagioni mancano questi prodotti, essi non san che fare, e non hanno altro ramo da cui procurarsi le cose di cui abbisognano.
In anno di fecondità posson lucrare circa 35 mila lire.
Il paese trovasi in poca distanza dalla strada provinciale (da Cagliari all’Ogliastra, quando sarà finita), e potrebbe riunirsi con poca spesa.
 
Religione. I pimentellesi sono compresi nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari, e diretti nelle cose spirituali da un prete che si qualifica rettore.
La chiesa parrocchiale è dedicata a N. Donna sotto il titolo del Carmelo, alla quale nel proprio giorno si festeggia pomposamente e lietamente. In occasione della medesima concorrono molti forestieri e si corre il palio.
Invece del camposanto si ha un cimiterio prossimo alla parrocchia in mezzo del paese.
 
Antichità. Furono già in questo territorio alcuni nuraghi, e certamente ve n’era uno in quella parte dell’abitato, che ritiene il nome del medesimo e appellasi Nuraxi; ma essendo stati tolti e adoperati i materiali in altre opere, or non ne appariscono neppur le vestigie.
Sono notevoli alcuni di quegli antichi ipogei, de’ quali spesso negli articoli sulla Sardegna si fa menzione, e che si sono sempre stimati sepolcri della primitiva popolazione.
Essi si trovano alla distanza di poco più d’un miglio dall’abitato. I pimentellesi indicano essi pure siffatte caverne col nome di domos de ajanas (case di vergini o fate).
In due diversi siti di questo territorio vedonsi chiare le vestigie di due popolazioni, una verso tramontana, dov’era la chiesa di s. Giacomo, della quale si è dimenticato il nome; l’altra verso maestrale, ed era l’antica villa Dei, di cui altrove si è fatta menzione.


[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XV, Torino 1847, pagg. 76-79.

martedì 14 marzo 2017

1355 l'emancipazione di Ugone d'Arborea.

1355 l'emancipazione di Ugone d'Arborea.
(Sergio Sailis)

“.... nos in Dei nomine et benedictione paterna ex certa nostra scientia, observatis modis et solemnitatibus consuetis, emancipamus, eximimus et penitus relexamus a iugo nostre patriae potestatis omni scilicet modo, iure, ratione, causa et forma quibus melius et efficacius possumus et debemus.”
(img ACA Barcellona)
 
Era il 14 marzo 1355: alla presenza del notaio regio Marchus de Vita e dei testimoni Renaldo de Berardo di Marsiglia, “magistro” Iacopo, Geraldo... de Flaçano, Petro de Acene, Barçolo Cathone e Petruccio de Moguro, il Giudice arborense Mariano IV “Dei gratia, iudex Arboree, comes Gociani et vicecomes de Basso” dichiara solennemente maggiorenne e emancipato il suo “nobilis et dilecti primogeniti nostri Hugonis de Arborea” il quale dopo esattamente 20 anni raccoglierà la pesante eredità paterna proseguendo le lotte contro i catalano-aragonesi sino al suo assassinio nel 1383 assieme alla povera figlioletta Benedetta ad opera, come scrisse Pietro IV d'Aragona, “per los seus sards d’Oristany”.

lunedì 13 marzo 2017

1363, Prestito di Mariano IV a Pisa

1363,  Prestito di Mariano IV a Pisa

(di Sergio Sailis)

Il 13 marzo 1363 gli Anziani del Comune di Pisa ratificano un trattato tra il Comune e Mariano IV d’Arborea. Il Giudice, a dimostrazione che la situazione economica arborense nonostante le guerre e le epidemie era in buona salute, concede infatti ai toscani un prestito di 16.000 lire di alfonsini d’argento.

Per la parte pisana le trattative vennero curate da Ricucco Ricucchi in qualità di procuratore speciale e profondo conoscitore della situazione isolana.

A garanzia del prestito il Comune dava le rendite delle curatorie di Gippi e Trexenta “ ... Dictus Commune erit dicto domino suisque heredibus et successoribus perinde generaliter obligatum et specialiter Camera dicti Communis ac cabelle vini et carnazarie seu aliqua ipsarum prout dictus dominus et sui heredes et successores comodius eligere voluerint, nec non et ville curatariarum Ghippi et Tragende situatarum in insula Sardinee ad ipsum Commune spectantes et pertinentes, non obstante quod essent vel sint aliis obligate in totum vel in partem, et quod presens obligatio ceteris preferatur. ...” e la possibilità per Mariano di nominarne i funzionari purchè pisani; gli stipendi a loro spettanti venivano invece pagati direttamente da Pisa.

Il Comune avrebbe dovuto rimborsare il prestito con rate annuali di 2000 lire con possibilità di rimborsarlo anticipatamente dopo tre anni.

Dopo pochi anni però Pisa veniva completamente e definitivamente estromessa dai suoi ultimi possedimenti sardi.

1202, triplice omicidio di ecclesiastici turritani

1202, triplice omicidio di ecclesiastici turritani

(di Sergio Sailis)

Gli anni a cavallo tra i secoli XII e XIII in Sardegna sono senza dubbio densi di avvenimenti di rilievo: ad agitare le acque già di per se abbastanza mosse (sia per le abituali turbolenze dei Giudici sardi che per le ingerenze sempre più invadenti dei Comuni di Genova e Pisa) è anche un nuovo attore: il Giudice di Cagliari Guglielmo, Marchese di Massa.

Dopo aver preso il potere nel giudicato cagliaritano infatti il Marchese, nell’intento di ritagliarsi una propria supremazia personale sull’intera isola, in alleanza con Pisa (della quale era cittadino) o perlomeno con una determinata fazione di cittadini pisani, in rapida successione rivolge le proprie attenzioni agli altri giudicati: Torres, Arborea e Gallura tutti orientati verso una politica filogenovese.

Il primo giudicato ad essere coinvolto è il giudicato di Torres che viene invaso da Guglielmo al commando delle sue truppe e di contingenti pisani e dopo poco tempo occupa lo strategico castello di Goceano.

In questa temperie le lotte per il predominio nell’isola tra Genova e Pisa e i loro alleati locali portano quindi ad uno stato di instabilità e anche il clero isolano si schiera con le diverse fazioni in lotta a seconda dei vari orientamenti politici rimanendone inevitabilmente e direttamente coinvolto anche per via dell’intensa attività dell’arcivescovo pisano Ubaldo che ripetutamente manifesta le proprie inclinazioni a prediligere una politica decisamente orientata verso gli interessi della propria città spesso anche in contrasto con le indicazioni papali.

Probabilmente proprio a causa di queste lotte di potere nel 1202 accade un grave fatto di sangue: vengono infatti uccisi il vescovo di Ploaghe, l’abbate di Tergu e il vicario del priore di Camaldoli in Sardegna, verosimilmente l’abbate di Saccargia che in altri documenti viene ricordato con questo titolo.

La notizia la si apprende da una lettera del 10 marzo 1203 inviata da papa Innocenzo III agli arcivescovi e vescovi dell’isola che vengono aspramente rimproverati per non aver preso alcun provvedimento nei confronti dei responsabili dell’eccidio che evidentemente, per quanto non nominati nella missiva, dovevano essere conosciuti in loco ma nessuno dei presuli aveva osato o voluto intervenire preferendo restare in silenzio “tamquam canes muti non valentes latrare nichil in eos sicut dicitur statuistis” forse per timore o accondiscendenza.

I motivi e i responsabili del triplice omicidio purtroppo non ci sono noti nel dettaglio; stando al testo della lettera di Innocenzo III probabilmente ne sono estranei, o perlomeno non sono coinvolti in modo diretto, i Giudici sardi (e quindi anche Guglielmo di Massa) in quanto il Papa richiede ai prelati di intimare agli stessi di non dare ricetto ai colpevoli presso i loro giudicati e anche nella corrispondenza successiva non sono oggetto di accuse specifiche in tal senso pur non mancando altri biasimi.

Gli assassini dovevano però essere personaggi abbastanza influenti in grado di intimorire o comunque influenzare e condizionare il comportamento omissivo dei presuli sardi; stante la carenza di notizie sono state avanzate dagli studiosi diverse ipotesi sulla loro presunta identità e sui possibili moventi: potrebbe essersi trattato di un semplice episodio di delinquenza comune (non molto credibile vista l’importanza e la notorietà delle vittime) oppure un omicidio maturato nello stesso ambito ecclesiastico, circostanza peraltro non infrequente nel periodo medievale con diversi casi anche in ambito sardo. Considerando però che all’epoca nel giudicato turritano erano probabilmente ancora presenti i contingenti pisani che già in precedenza avevano collaborato con Guglielmo nel tentativo di scacciare i genovesi potrebbe essere verosimile un loro coinvolgimento nel misfatto magari proprio con il concorso di personaggi legati all’ambito ecclesiastico considerata l’attività dell’arcivescovo Ubaldo e le sue manovre per imporre in Sardegna la supremazia dell’arcivescovato pisano.

giovedì 2 marzo 2017

1392, l'inizio processi contro Eleonora d'Arborea

1392, l'inizio dei processi contro Eleonora d'Arborea
di Sergio Sailis

Dopo la serie di processi intentati negli anni precedenti dai catalano-aragonesi contro Mariano d’Arborea, il 1° marzo 1392 anche Eleonora d’Arborea, suo marito Brancaleone Doria ed il loro figlio Mariano sono formalmente incriminati per aver infranto i trattati di pace sottoscritti con Giovanni d’Aragona e essersi ribellati al sovrano occupando territori, castelli e terre appartenenti alla Corona e invaso il Giudicato di Gallura.
Pertanto Bernardo de Serra, baiulo generale e procuratore fiscale del Principato di Catalogna chiede ufficialmente l’istruzione di un processo a carico della famiglia reale arborense, richiesta prontamente accettata da re Giovanni I.

Il processo verrà istruito da Eximen Perez de Arenos già “gubernator totius Regni Sardinie et Corsice” (peraltro anche lui inquisito per alcuni suoi comportamenti poco limpidi), dal suo luogotenente, Johan de Tolo, e dal luogotenente regio Johan de Monbuy.
(img. ACA)
Dopo la sottoscrizione della pace del 1390 tra Arborea e Aragona (praticamente estorta a Eleonora per via della prigionia di suo marito), una volta liberato Brancaleone aveva infatti preso militarmente in mano la situazione e in breve tempo riconquistato i territori cui Eleonora aveva dovuto rinunciare in cambio della sua liberazione.
 
 
“Processus inquisitionis factis per magnificos Exemenum Perez de Arenosio, militem, tunc generalem gubematorem et reformatorem insule Sardinie pro serenissimo domino rege, et Joannem de Tolo, locumtenentis ipsius gubematoris, ac Johannem de Montebovino, deinde gubematorem prefate insule, contra nobilem Alieonoram, iudicissam Arboree, et filium suum Mariannum de Brancham Leonem de Auria, comitem Montisleonis, ipsius domine Alieonore maritum, extractus ab regestis regalibus gubemationis regni prefati”