giovedì 6 luglio 2017

1328, Pietro d’Arborea armato cavaliere

1328, Pietro d’Arborea armato cavaliere
di Sergio Sailis
 

La domenica di Pasqua del 3 aprile 1328 nella Cattedrale di Saragozza, con grande sfarzo e con un gran numero di invitati, veniva incoronato il nuovo Re d’Aragona: Alfonso detto il Benigno.

Appena pochi anni prima, quando era ancora Infante, Alfonso era stato il protagonista della conquista armata del Regno di Sardegna e Corsica da parte dei catalano-aragonesi con l’importante sostegno di Ugone d’Arborea con il quale la casa regnante manteneva ottimi rapporti.

Il cronista Ramon Muntaner, testimone oculare dei fatti, riporta che alla cerimonia di incoronazione (descritta con dovizia di particolari) parteciparono l’arcivescovo di Saragozza, Pedro Lopez de Luna, Juan de Aragon, arcivescovo di Toledo, Guido Cattaneo, arcivescovo d’Arborea, Jemeno de Luna, arcivescovo di Tarragona, Ramon Gastò, vescovo di Valencia, Arnau Sescomes, vescovo di Lerida, Gaston de Moncada, vescovo di Huesca, e tutti gli altri rappresentanti delle istituzioni ecclesiastiche dei territori della Corona compresi quelli dei vari ordini militari; per la solenne occasione nella città affluirono inoltre i rappresentanti dei regni circonvicini e la nobiltà dei vari territori della Corona con numeroso seguito di cavalieri. Inoltre, sempre il Muntaner, mette in evidenza come parteciparono oltre al già citato arcivescovo d’Arborea anche “lo fill del iutge Darborea [...] e dos nabots del dit iutge Darborea” ossia Pietro, il primogenito di Ugone, e altri due nipoti.

img ACA
Pietro infatti, imbarcato a bordo di tre galere, si era recato a Saragozza assieme a Guido Cattaneo, arcivescovo d’Arborea (che peraltro partecipò attivamente alle cerimonie religiose per l’incoronazione), ad altri nobili sardi (tra i quali come detto due nipoti del Giudice Ugone) e al Governatore del Regno di Sardegna e Corsica ossia Bernat de Boixadors; la rappresentanza sarda aveva lo scopo di rinsaldare i legami politici tra i due stati e di stima reciproca tra i due sovrani.

Tornando alla cerimonia di incoronazione, come consuetudine dopo la messa il novello sovrano procedeva all’investitura di una dozzina di cavalieri scelti tra il fior fiore dell’alta nobiltà tra i quali, il visconte di Cardona, il conte di Pallars, il signore di Hìjar e, per quanto qui ci interessa, il principe giudicale Pietro d’Arborea.

manoscritto Cronica di Muntaner
Il Muntaner riporta che re Alfonso in primo luogo armò cavaliere Jacme de Xirica dandogli facoltà di armare a sua volta altri 20 cavalieri, subito dopo (a testimonianza dei profondi legami che al tempo legavano la Corona con la casata degli Arborea e dell’importanza che a questa veniva tributata) “lo dit senyor rey feu cavaller lo noble fill del Jutge Darborea” dando anche a lui la facoltà di armare a sua volta altri 20 cavalieri che avevano feudi in Sardegna, 10 catalani e 10 aragonesi, non appena fosse rientrato nell’isola in quanto non si era fatto in tempo a predisporre i necessari preparativi. Dopo di che (e dai nomi dei personaggi, alcuni dei quali imparentati con la casa reale, si vede anche l’importanza riservata a Pietro d’Arborea) seguì l’armatura degli altri “richs homens”: quali Ramon Folch, visconte di Cardona, Llope de Luna, Roger conte di Pallars, Nalfonso Ferrandis signore di Dixer, G. Danglesola, Ioan Ximenis Darocha, Berenguer Danglesola, Pere Corneyll, Guillem de Cervello, e Not de Moncada. Anche a questi nobili venne concesso di armare a loro volta altri cavalieri e così vennero armati via via gli altri membri dell’alta nobiltà giù sino a quelli della nobiltà minore.

Esattamente 7 anni dopo, il 5 aprile del 1335, moriva Ugone, Giudice d’Arborea e fondamentale alleato di Giacomo II d’Aragona durante le fasi della conquista iberica della Sardegna, fedeltà che confermava esplicitamente anche in punto di morte.

Lasciava una prole numerosa: ben sette figli legittimi: oltre al citato Pietro, Mariano, Giovanni, Nicola, Francesco, Bonaventura e Maria e altri tre illegittimi Lorenzo, Angiolesa e Preziosa.

Ugone dettava il suo testamento il giorno precedente alla morte alla presenza del canonico arborense Filippo Manneli, ai due medici che lo assistettero negli ultimi giorni di vita, Gratia Orlandi e Tomasio de Cinamo di Napoli, e ad altri notabili arborensi.

img ACA
Al trono giudicale pertanto, secondo le sue disposizioni, gli succederà Pietro che continuerà a condurre l’Arborea secondo la politica filo-aragonese instaurata dal padre.

Da una lettera del 13 aprile inviata da Pietro ad Alfonso il Benigno (con la quale il giudice comunicava di aver preso possesso del trono giudicale secondo le disposizioni testamentarie paterne e raccomandava al sovrano i suoi due fratelli minori Mariano e Giovanni che al momento si trovavano alla sua corte) sappiamo che i funerali di Ugone si svolsero il 6 aprile; nella successiva risposta del 24 maggio (nell’immagine ACA) il sovrano iberico esprimeva le sue condoglianze per la scomparsa di Ugone e rassicurava il novello Giudice sulla situazione dei suoi sue fratelli presso la sua corte.

San Basilio

Immagini della Trexenta ottocentesca: Pimentel



SAN BASILIO, villaggio della Sardegna, compreso nel mandamento di Senorbì della prefettura e provincia di Cagliari e nell’antica curatoria di Trecenta, parte del regno Cagliaritano.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39°, 32', 15" e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0°, 5'.

Siede nella pendice di una grossa eminenza incontro al ponente-libeccio, e però resta esposto a questi venti, e agli altri che sono nell’arco occidentale, ed è in parte difeso da venti dell’arco orientale, e specialmente dal greco, dal levante e anche dal sirocco.

È tradizione, che i primi abitatori di questo luogo sieno state le persone della famiglia d’un pastore, che nominavasi Virdano, o Birdano, e vuolsi pure che il nome di costui si leggesse in una carta antichissima, dove erano notate certe convenzioni col signore del territorio; come pare che la procedenza di questi primi popolatori fosse dalla regione prossima all’oriente, che dicesi Gerrei o Galilla, il che deve parere probabilissimo a chi riguardi la somiglianza nella foggia del vestire e nel parlare.

Di questo villaggio di s. Basilio è menzione nell’atto di donazione dell’Incontrada di Trecenta fatta dal giudice Torgotorio di Cagliari a suo figlio Salusio di Lacon nel 1119.

Componesi quest’abitato di circa 325 case, disposte irregolarmente, con vie irregolari, e nei tempi piovosi in gran parte fangose.

La temperatura nell’inverno è assai mite purchè non soffino il maestrale o il ponente; nell’estate è molto forte. L’aria sarebbe più salubre, se si togliessero tante cause di corruzione, e sorgenti di miasmi.

Il territorio è generalmente montuoso, tuttavolta tra le eminenze allargansi i piani, e sono coltivabili anche quelle come questi.

Il paese si trova prossimo a’ confini settentrionale e occidentale. Le eminenze minori sono nella parte meridionale di questo territorio e nella regione di levante.

Le parti incolte del territorio e destinate alla pastorizia hanno gran copia di grandi vegetabili, sebbene il ferro e il fuoco le abbiano spesso sgomberate.

Nelle specie ghiandifere notasi il leccio e il sovero, ma il numero è così ristretto, che appena negli anni di maggior fertilità producono abbastanza per i pochi armenti del paese.

Manca quindi il legname di costruzione, ma invece abbonda il legno minore per il fuoco e per i forni; onde i Sanbasiliani ritraggono gran profitto vendendone in gran copia a’ paesi della Trecenta, che ne abbisognano in modo, mentre in alcuni devonsi talvolta scaldare i forni con lo sterco delle vacche.

In questa industria sono occupati molti, e sovente per questa occupazione si trascurano i lavori agrari.

Gli olivastri trovansi passo passo: innestati, sarebbero un altro ramo di produzione; ma per la poca industria, e dirò per l’infingardaggine e negligenza del proprio interesse, i favori della natura sono ad essi inutili.

Cotesta infingardaggine è evidente in riguardo al lentisco. Questa pianta è sparsa per tutto e produce molto frutto, dal quale potrebbesi trarre olio e provvedere al proprio bisogno; ma essi e le loro donne, lasciano marcire quei frutti e comprano olio di lentisco da Gerrei.

Nelle regioni boscose trovansi molti cinghiali e occorrono pure sebbene rari i cervi; nelle altre parti sono in gran copia le volpi, le lepri, i conigli, le pernici, i colombi, ecc.

Nel paese i pozzi danno acqua poco potabile, e però bisogna provvedersi dalle fonti vicine, una che dicono di Calamata, distante d’un quarto d’ora, l’altra che appellasi Is mitziseddas, lontana d’un’ora, dalla quale, perchè migliore, bevono le famiglie agiate.

Scorre entro questo territorio un solo rivo, la cui fonte primaria è al greco del paese, e dicesi Funtana Romana. A questo primo rivolo se ne aggiunge poco dopo un altro quasi eguale che proviene dalle sorgenti occidentali di Monte Igi, quindi move verso ponente-libeccio, e cresciuto d’un altro rivolo, nato nello stesso territorio, e poi d’un altro, che ha sua origine nel territorio di s. Andrea Frius a greco-levante di detto paese, fa un arco in direzione ad Arigi, presso il qual paese si versa nel rio di Trecenta.

Questo rivo detto comunemente Bajoni, ne’ tempi piovosi ingrossa tanto, che nessuno può guadarlo, finchè non vengon meno i torrenti, da’ quali è accresciuto a dismisura. Per mancanza di ponte restano impedite le comunicazioni col villaggio s. Andrea, se pure non si voglia fare un giro troppo lungo, cioè una via quasi doppia.

Alcuni pescatori vi prendono delle ottime trote.

 

Popolazione. Consta questa di anime 1530, distinte in maggiori di anni 20, maschi 410, femmine 425, in minori, maschi 340, femmine 355, distribuite in famiglie 312.

Il movimento della popolazione è espresso ne’ seguenti numeri, nascite 50, morti 20, matrimoni 16.

Sono applicati all’agricoltura a circa 420, alla pastorizia 50, a’ mestieri diversi 25.

Nelle professioni liberali sarebbero a notare i notai che sono 7, un chirurgo, un flebotomo ecc.

Gli abitanti di s. Basilio non sono così laboriosi come erano i loro maggiori, e pochissimo industriosi; però la massima parte delle famiglie vivono stentatamente, mentre in altri tempi era questo uno de’ paesi più agiati e ricchi della Trecenta.

Le donne filano e tessono solo quanto vuolsi dal bisogno della famiglia.

L’istruzione primaria è trascurata, i fanciulli che concorrono alla scuola non sono più di 10, e le persone che in tutto il paese sappiano leggere e scrivere non sommano a più di 20.

 

Agricoltura. I terreni di s. Basilio sono di molta forza produttiva, e se non sieno contrarie le stagioni ottienesi un frutto notevole.

I numeri ordinari della seminagione sono i seguenti, starelli di grano 900, d’orzo 300, di fave 200, di legumi 60, di lino 60.

La fruttificazione mediocre è del 12 per il frumento, del 15 per l’orzo, del 10 per le fave, dell’8 per i legumi.

L’orticultura è quasi affatto negletta.

Gli alberi fruttiferi sono di poche specie e varietà, il numero degli individui e ristretto.

La vigna è prospera; la vendemmia dà il sufficiente; la quantità de’ vini è mediocre perchè la manipolazione è fatta con non buoni metodi d’arte. Si ha appena il sufficiente per il consumo.

Le piccole terre chiuse per le vigne e per seminarvi e pascolarvi (is congiaus) forse non hanno una superficie complessiva di 1250 starelli; di grandi chiudende (tanche) non se ne può indicare alcuna notevole.

I terreni aperti coltivabili sono più di starelli 3600, gli incoltivabili 1500.

 

Pastorizia. Nel bestiame manso sono a indicarsi, buoi per l’agricoltura 200, vacche 100, cavalli 70, giumenti 120, majali 80. Nel bestiame rude vacche 600, cavalle 80, capre 2500, pecore 3500, porci 600.

Nelle terre incolte di s. Basilio il pascolo è abbondante.

È però a sapersi che l’indicata quantità di bestiame nelle proposte specie non è tutta di proprietà de’ Sanbasiliani, perchè questi pastori non sono ordinariamente che communari, come dicono, coi proprie-tari di Senorbì, Suelli e Sèlegas.

I formaggi sono di mediocre bontà e si rivendono ne’ paesi della Trecenta o a’ negozianti di Cagliari.

L’apicultura è mediocremente curata; il numero degli alveari non eccede i 300.

 

Commercio. Il soprappiù del frumento e degli altri cereali vendesi a Cagliari. Il lucro che da questi prodotti e da quei della pastorizia e dalla vendita del bosco può ottenersi in annate mediocri non somma a più di ll. n. 50000.

Questo paese trovasi alla distanza di circa miglia 3 1/2 dalla strada reale, e potrebbesi con poca spesa, alla quale contribuirebbe il paese di Arigi, formare una strada comunale sino a Senorbì, la quale fosse comoda a vettureggiare anche nel tempo invernale, quando per i fanghi è grande la difficoltà di trasportare le derrate.

Le altre vie da s. Basilio a’ paesi vicini sono molto più malagevoli, massime a’ paesi del Gerrei, il primo de’ quali, Silìus, dista circa miglia 5.

 

Religione. Questo popolo già compreso nel vescovado di Dolia, è ora soggetto alla giurisdizione del-l’arcivescovo di Cagliari, ed è amministrato nelle cose spirituali da un provicario.

La chiesa maggiore è dedicata all’Apostolo s. Pietro; le chiese minori sono intitolate, una da s. Sebastiano, eretta per voto dopo la strage d’una pestilenza, l’altra a s. Basilio, la quale fu già parrocchiale, e diede il nome al paese.

Esiste una sola associazione religiosa, la confraternita del SS. Rosario.

La chiesa parrocchiale ha una dote sufficiente in terreni; la Causa pria ne ha però in quantità molto maggiore.

 

Antichità. Non mancano in questo territorio i nuraghi; due di essi sono ad austro-sirocco, l’altro a sirocco. Essi sono in massima parte disfatti.

Sono in due siti delle vestigie di antica popolazione; il primo si indica a libeccio nel luogo detto Gennas de Susu, l’altro a mezzogiorno nel luogo, che dicono Gennas de Jossu.

 

 
 
 

giovedì 29 giugno 2017

1409 Sanluri: la vigilia della battaglia

1409 Sanluri: la vigilia della battaglia.
(di Sergio Sailis)

Siamo in una calda, torrida, notte di fine giugno, esattamente quella del 29 giugno 1409.

In prossimità di Sanluri, nell’accampamento arborense, i fuochi del bivacco sono accesi per preparare un pasto caldo. Si sa, in battaglia servono energie, molte energie e l'ora della battaglia si avvicina, inesorabilmente.

Non tutti gli uomini hanno fame, uno strano morso attanaglia loro lo stomaco, impedisce quasi di deglutire ma sanno che comunque qualcosa devono mangiare; devono mantenersi in forma, il nemico incombe. Sanno che trascorsa questa breve ma infinita notte estiva l’indomani sono attesi da una giornata decisiva. L’alba che sorgerà tra qualche ora per molti di loro sarà forse l’ultima; in parecchi non vedranno mai quella del giorno successivo.

Gli esploratori sono rientrati all’accampamento e hanno confermato che poco lontano, a sole due leghe di distanza, il bagliore di un’altra serie di fuochi rischiara la notte. Una possente armata composta da nobili e cavalieri in cerca di gloria e da avidi mercenari che accompagnano l’Infante Martino ha infatti piazzato il campo vicino allo stagno a Flamayra.

Sono partiti da Castell de Caller “lo jorn de sant Aloy” e si sono accampati per concedersi un giorno di riposo prima della battaglia risolutiva "porque la gente de pie hallase refresco y pudiese descansar por ser el tiempo muy caluroso y requerirlo aquella regiòn que es como la de Berberia"; anche loro hanno bisogno di ristorarsi. Sono uomini temprati alla guerra, che vivono per la guerra, che la praticano per arricchirsi oppure per quello che oggi possiamo definire semplicemente uno sport, un passatempo per nobili annoiati. Gente del mestiere però, con equipaggiamento e armi adeguate, lucide corazze, barbute e bacinetti, cotte di maglia intessute fini, spade di ottimo acciaio ben temprato; non sono dei semplici contadini è gente avvezza alle battaglie.


L’indomani una selva di lance e di cavalieri armati di tutto punto sventolanti le insegne quadribarrate gialle e rosse sarà schierata contro gli uomini raccolti sotto i vessilli dell’albero deradicato. La consistenza numerica dei due schieramenti è decisamente rilevante rispetto agli eserciti dell’epoca; le fonti però, tutte di parte catalana, sono estremamente discordi sul numero degli effettivi, per quanto riguarda i catalano-aragonesi si va dagli 8 ai 12 mila uomini mentre per i giudicali dai 16 ai 23 mila. Siciliani, catalani, aragonesi, valenzani, maiorchini, provenzali, tutti arrivati per soffocare quella che per loro, ma soprattutto per il loro sovrano, è considerata una rivolta.



Una rivolta che dura da troppo tempo e da reprimere quanto prima assicurando così definitivamente alla Corona un’isola che tanti problemi, spese, e lutti ha causato in circa ottanta anni. Anche a costo di combattere una battaglia campale dall’esito spesso incerto e per questo generalmente evitata quando possibile.

Ma la posta in gioco è alta, troppo alta; il Visconte di Narbona è giunto nell’isola da pochi mesi e non da tutti viene ancora accettato come legittimo Giudice arborense. Bisogna evitare che il suo consenso si consolidi, che si estenda, bisogna intervenire risolutamente ora che l’occasione sembra propizia.

E in quell’accampamento ci sono forse anche dei sardi; si, ci sono forse anche gli ogliastrini “bons e leyals vassals”, come li aveva definiti l’Infante Alfonso appena qualche settimana prima invitandoli a raggiungerlo per combattere i ribelli, essi sono rimasti fedeli al re e hanno seguito il loro signore, Berenguer Carroç, conte di Quirra in questa spedizione ed in seguito ne verranno ben ricompensati.

Dormire è quasi impossibile, non resta che attendere pazientemente l’alba. Nel campo arborense sono tanti, provenienti dalle zone più disparate dell’isola, dal Meilogu ai Campidani, dal Monreale alla Planargia, dal Nurcara alla Marmilla, dalla Barbagia al Goceano, sono affluiti da ogni dove, ragazzi imberbi di appena 14 anni o anziani veterani di tante campagne combattute con Mariano, colui che con le buone o con le cattive ha saputo compattare un popolo sotto le proprie insegne, e dei suoi figli Ugone prima e Eleonora poi, o del marito di lei, Brancaleone Doria, mai troppo amato dal popolo ma buon capitano sul campo di battaglia. E attendono.


E attendono anche i francesi, i genovesi, i lombardi, i toscani; anche questa gente bene armata e capace di combattere, appositamente ingaggiata dal Visconte nella speranza che risulti determinante sull’esito dello scontro. Nonostante l’ancora scarsa conoscenza dell’isola tutto sommato Guglielmo è riuscito tuttavia a raccogliere un’armata numericamente considerevole, certo eterogenea e non bene equipaggiata come gli avversari ma comunque temibile.

E in quest’attesa nell’aria notturna del campo risuona il rumore delle coti, centinaia di coti che sfregano lentamente ma in modo deciso sull’acciaio, virghe e spade devono essere ben affilate; gli archi vengono tesi per saggiarne elasticità, robustezza e integrità mentre altri uomini controllano gli zoccoli dei cavalli, le finiture e agli animali non fanno mancare l’acqua e qualche manciata d’avena, senza eccedere non devono appesantirsi. Tutto deve essere pronto e l’alba si avvicina.

Anche nel campo aragonese fanno altrettanto; tutti sanno che l’indomani la vita può dipendere da questi semplici gesti e sanno che l’odiato nemico tanti dispiaceri è stato capace di dare in passato. Negli anni passati nessuna famiglia aragonese, catalana, valenzana o maiorchina poteva dire di non aver avuto almeno un morto in Sardegna.

Ma mentre nel campo sardo si svolgono meccanicamente questi preparativi il pensiero degli uomini inconsciamente vola alle rispettive case, lontane o vicine che siano. Il timore di non rivedere i volti cari incombe; gli anziani genitori, le donne amate, i bambini saltellanti e festosi con le loro grida stridule che in altre occasioni avrebbero arrecato fastidio oggi qui non ci sono e mancano, quanto mancano. Non sono qui e forse non rivedranno mai più quelle persone tanto amate.

Gli uomini sanno che l’indomani la tensione sarà ancora maggiore, la paura prenderà il sopravvento e i muscoli meccanicamente si rilasseranno, i bisogni corporali cominceranno a defluire involontariamente, e si ritroveranno a dover calpestare le feci, il vomito di chi li precede e poi, quando il combattimento entrerà nel vivo, dovranno calpestare il sangue denso che ha intriso il terreno rendendolo scivoloso e poi i corpi e le membra dei compagni rimasti colpiti o quelli degli avversari. Se sono fortunati. Altrimenti vorrà dire che i calpestati saranno stati loro; così era la battaglia in quei tempi.

Quanto avrebbero però voluto questi uomini affilare la falce anziché la spada con quella cote che hanno in mano; la maggior parte di loro non sono soldati, sono pastori, sono contadini e proprio in questo periodo hanno tanto, tanto da fare in campagna. Da qualche parte infatti il grano nei campi è ancora da mietere oppure i covoni sono ancora nelle aie in attesa della trebbiatura; chissà se riusciranno nuovamente a trebbiare. Sono stati chiamati a raccolta in fretta e furia, controvoglia, e non hanno potuto mettere al sicuro il loro bene più prezioso; da questo dipende il sostentamento di un anno intero per tutta la famiglia. E loro domani potrebbero non esserci più.

Anche all’interno del villaggio di Sanluri la preoccupazione e l’ansia serpeggia. Gli abitanti sanno che le mura non potranno garantire la sicurezza a lungo; il nemico ha avuto diversi mesi a disposizione per prepararsi e ha opportunamente realizzato un buon numero di macchine ossidionali. Sugli spalti i difensori, prevalentemente sardi e genovesi, accatastano le frecce per gli archi e i quadrelli per le balestre e posizionano le altre armi di difesa; bisogna prepararsi a qualsiasi evenienza, le battaglie campali sono imprevedibili e tutto può succedere.

Forse ora alcuni degli abitanti rimpiangono di aversi rifiutati, o almeno avevano tentato, di lavorare gratuitamente al potenziamento delle fortificazioni del villaggio come aveva chiesto loro il Visconte giusto tre mesi prima. Ma quella non era la loro guerra pensavano e invece ora essa è qui, proprio alle porte del villaggio, a pochi chilometri, a poche ore.

Guglielmo di Narbona, incoronato Giudice d’Arborea appena qualche mese prima, non è ancora riuscito in questo breve periodo ad accattivarsi le simpatie della popolazione. Pur essendo un discendente del Giudice Ugone è pur sempre uno straniero che prima d’allora mai era stato in Sardegna e, dopo decenni di guerra, la gente è ormai stanca di combattere. Soprattutto per un estraneo. Malumori serpeggianti forse non prontamente colti dalle elites o non tenuti nella debita considerazione.

E lo stesso avevano pensato nel mese di maggio molti uomini della Marmilla e delle zone limitrofe; anch’essi si erano rifiutati di radunarsi sotto le insegne giudicali e non avevano intenzione di muoversi per raccogliersi verso i luoghi fortificati come era stato loro comandato. Ritenevano preferibile consegnarsi al vincitore e dicevano “… nos volen moure e que volen esser de aquell qui mes porà ...“ nella speranza di restare indenni dai combattimenti, di esserne risparmiati e invece, come era prevedibile, la guerra è arrivata proprio in queste contrade di confine. E lascerà i suoi segni per lungo tempo; segni di morte e di devastazioni come ogni guerra. Dopo la battaglia per diversi mesi l’intera zona verrà percorsa da soldatesche in cerca di bottino comandati da nobili iberici, Carroç in testa, spesso in competizione e intenti a cercare di ampliare i propri possedimenti. Le donne saranno violate, gli uomini uccisi, interi villaggi saccheggiati, distrutti e abbandonati dalla popolazione a volte definitivamente. Ma questo ancora loro non lo sanno, non possono saperlo e probabilmente mai lo sapranno perché forse la morte colpirà anche loro prima ancora di rendersene conto.

Gli esiti della battaglia sono ben noti. Il sacrificio si è compiuto, la battaglia viene vinta dagli iberici e il numero dei caduti tra i sardi è consistente, dai 5 ai 7 mila uomini, una mattanza, uno stermino. Ed è anche l’ora della resa dei conti, Martino “obtenguda per gràtia de Déu la dita batalla per força d’armes, se n’entrà la dita vila de Selluri, la qual fo mesa a sacomano”, il villaggio viene messo a ferro e fuoco, e la mattanza continua, muoiono almeno altre mille persone e tanti, tantissimi, sono i prigionieri destinati ad esecuzioni sommarie o ad essere ridotti in schiavitù.

E gli stendardi regi possono finalmente sventolare dalla cima del castello sanlurese mentre Guglielmo ha a stento trovato rifugio nel poco distante castello di Monreale.

Il 14 luglio 1409 re d’Aragona Martino I riceve dal suo omonimo figlio una lettera portata con la galea di Johan Barthomeu e recante la notizia della brillante vittoria conseguita a Sanluri; nello stesso giorno il re, decisamente compiaciuto, si affretta a rendere partecipi i principali sovrani europei e suoi parenti della “ … execuciòn e exterminio feytos por eli, obrant l’ayuda de nuestro senyor Dios, el qual es endreçador de la justicia y fechos de los reyes, cuentra lo vescomte de Narbona e los seguaces suyos e toda la naciòn sardesca traydora e rebelle a nos e al dito rey … “ Ha! Le soddisfazioni della vita. Soddisfazioni destinate però a durare ben poco. Un mese, un solo mese, neanche. Ma Martino detto l’Umano ancora non lo sa. Non sa che di li a poche settimane la “febre pestilencial” colpirà suo figlio privando la casata dell’erede al trono e che anche lui lo seguirà dopo neppure un anno. Non sa ancora che la sua schiatta sarà destinata a estinguersi con la sua morte.


La Sardegna è ormai pacificata quindi e con essa la “naciòn sardesca traydora e rebelle”.

E la pacificazione è dura. Ne sa qualcosa Maria che, catturata a seguito del saccheggio di Sanluri, diverrà schiava di Bartolomeo Pellisser di Bleda, nell’isola di Maiorca; riacquisterà la libertà solo nel 1416 e, una volta libera, non farà comunque più rientro nell’isola. Forse non aveva più affetti nel suo luogo di origine, forse erano morti o forse non aveva più voglia di ricordare momenti terribili ormai dimenticati; non lo sapremo mai.

Oppure di Astacia, anch’essa di Sanluri, che nel 1419 riacquisterà la libertà per concessione del barcellonese Iacobus Gali; il mercante si trovava a Pisa per affari e sentendo avvicinarsi l’ora della dipartita sottoscriverà dinnanzi ad un notaio due atti pubblici ridando gratuitamente la libertà ad Astacia alla quale evidentemente si era nel frattempo affezionato.

Molti altri invece non avranno la stessa fortuna; persone delle quali spesso non ci è pervenuto neppure il nome saranno condotti in terra straniera, alcuni catturati e venduti in tenera età, e non riusciranno mai più a rivedere le proprie famiglie. Qualcuno tenterà anche di fuggire, ma la Sardegna è lontana, troppo lontana, a un mare di distanza, un grande mare.

Alcuni avranno in seguito la fortuna di essere riscattati dai familiari o, come abbiamo visto, liberati dai rispettivi proprietari altri invece finiranno i propri giorni al duro lavoro nelle galee o nei campi di qualche misero sperduto villaggio iberico o ancora a servizio nelle case dei nuovi padroni di Barcellona o di Valencia.
Così è la dura sorte degli sconfitti. Arregoda sa battalla.

 

venerdì 23 giugno 2017

1335, Portu de Sila e Portu Maiore

1335, Portu de Sila e Portu Maiore
(di Sergio Sailis)

E poi capita che il Tola, l’illustre studioso ottocentesco, cui ovviamente hanno fatto riferimento generazioni di storici isolani, nel trascrivere un documento – probabilmente utilizzando una copia scorretta - riporti alcuni toponimi trexentesi in un modo alquanto singolare: si tratta delle ville di “Portu de Sila” (Guasila), “Portu Maiore” (Guamaggiore), “Gelega” (Selegas) e “Gegaria” (Segariu). Volendo di proposito tralasciare i commenti sulle lettere iniziali degli ultimi due villaggi, risulta alquanto più problematica la presenza della parola “Portu” nei primi due toponimi in quanto sarebbe l’unica attestazione nota al posto del tradizionale “Goy” e varianti.

Spinto dalla curiosità (essendo i villaggi al centro della Sardegna e lontano da corsi d’acqua navigabili) uno si mette quindi a studiare la possibile derivazione di questa insolita variante risalendo anche agli usi che del vocabolo “portus” si faceva nell’antica Roma e arrivando persino ad una che potrebbe sembrare una soluzione plausibile. E poi cosa scopre?

Scopre che finalmente rintraccia il documento originale riportato dallo studioso e che nello stesso la parola “Portu” semplicemente non esiste mentre invece è riportato il più classico, ben noto e solito lemma “Goy”.

Non che il tempo passato a studiare le possibili implicazioni del termine sia stato tempo sprecato in quanto non si finisce mai di conoscere ma, bonariamente e ironicamente mi viene da dire alla maniera sardesca: “Oh Tola, ma bai a ...................”.

Lasciando ora gli argomenti semiseri e tornando al documento in esame, o meglio la serie di documenti, questi sono l’esito di alcune proteste che Bando Bonconti e Puccio della Vacca (rispettivamente vicario e camerario del Comune pisano per le Curatorie di Gippi e Trexenta) rivolgono nel maggio del 1335 al Governatore generale del Regno di Sardegna e Corsica, Ramon de Cardona, e le risposte inviate da quest’ultimo.

A seguito delle rivolte dei Doria nel nord Sardegna infatti il Governatore aveva imposto una serie di tributi (per la compartecipazione alle spese di guerra) anche alla Curatoria di Gippi e ai quattro villaggi prima citati appartenenti alla Curatoria di Trexenta, curatorie che il Comune pisano amministrava in feudo a seguito della pace del 1326.

Una delle clausole della pace e della conseguente infeudazione prevedeva espressamente che il Comune fosse esentato da qualsiasi tipo di tributo per cui le richieste aragonesi erano prive di fondamento giuridico ed un’evidente prevaricazione sui diritti di Pisa. Da qui le rimostranze degli ufficiali pisani e una serie di risposte e contro repliche con il Governatore ma alla fine ovviamente prevale sempre chi ha maggior potere contrattuale: anche per le due curatorie ancora in mano a Pisa si dovranno pagare i contributi richiesti perché le casse reali sono desolatamente vuote. Con buona pace del Diritto!

venerdì 16 giugno 2017

1353 Mariano IV e il possesso dei castelli di Damiano Doria

1353 Mariano IV e il possesso dei castelli di Damiano Doria
(di Sergio Sailis)
Uno dei principali punti di attrito tra Mariano IV d'Arborea e Pietro IV d'Aragona erano i possedimenti che il Giudice arborense aveva acquistato da Damiano Doria, al prezzo di 300 fiorini d’oro, acquisto che il sovrano aragonese non riconosceva in quanto già da tempo intenzionato ad entrare direttamente in possesso (con l’acquisto o con la forza) di questi territori ed in modo particolare dei “castra de Ardena et de la Capola” ossia Ardara e Capula nel Logudoro situati in posizione strategica ed essenziali alla Corona per il controllo delle importanti vie di comunicazione che dominavano.

Nei famosi Procesos è inserita copia della comunicazione che il 16 giugno 1353 Mariano aveva inviato a Rambaldo de Corbera (all’epoca Governatore generale del Regno di Sardegna e Corsica) e ai probiviri della città di Sassari con la quale li informava appunto di aver preso possesso dei castelli e terre “castrorum et terrarum” già appartenute, come detto, a Damiano Doria dal quale li aveva acquistati.
Copia della citata lettera di Mariano inserita nei Procesos
(ACA, Barcellona)

In seguito furono numerose e insistenti le richieste e le intimazioni fatte a Mariano, sia direttamente da Pietro IV che dai suoi ufficiali, affinché queste fortificazioni fossero consegnate agli iberici e furono continuo motivo di contrasto e guerra negli anni successivi così come furono punti fondamentali degli accordi di pace di Alghero nel 1354 e di Sanluri nell’anno successivo.

giovedì 15 giugno 2017

1347 giuramento Mariano IV

1347 giuramento Mariano IV
(di Sergio Sailis)

Il novello giudice arborense, Mariano IV, il 15 giugno del 1347 dal castello di Goceano rilascia una procura ai suoi ambasciatori (i barcellonesi Arnau Ballester e Galceran Marquet) affinché per suo conto prestino giuramento di fedeltà e vassallaggio a re Pietro IV d’Aragona per tutti i possedimenti, compreso il Giudicato d’Arborea (“… pro Judicatu Arboree et allis terris civituibus, castris, locis et villis quem et quas in Insula Sardinie predicti pater et frater sui tenebant in feudum sub annuo servitio seu censu trium milium florenorum a supradicto domino Rege et a predecessoribus suis …”), che già avevano avuto prima di lui i giudici precedenti suo padre Ugone e suo fratello Pietro e che, dopo la morte senza eredi di quest’ultimo, gli erano pervenuti in eredità secondo le disposizioni testamentarie di Ugone.
 
img ACA Barcellona
Si tratta probabilmente della prima attestazione di Mariano IV in qualità di “Iudex Arboree, Comes Gociani et Vicecomes de Basso”. Un’altra attestazione invece, a distanza di qualche giorno, la troviamo il successivo 30 giugno allorché papa Clemente VI si esprime favorevolmente alla richiesta di Timbora moglie di Mariano IV (“... nobili mulieri Timbordy, uxori dilecti filii viri Margani, iudicis de Arborea, insule Sardinie...“) di poter visitare una volta all'anno, insieme a altre dieci dame, i monasteri femminili di clausura di qualunque ordine, purché non vi mangino o pernottino.

Papa Clemente VI (img BCABo)
 




Il fratello maggiore di Mariano e suo predecessore, il Giudice Pietro, era morto dopo il 27 marzo 1347. In quella data infatti il giudice avanzava l’ennesima richiesta al papa per autorizzarlo a recarsi in Terra Santa; analoghe richieste erano già state avanzate da Pietro nel settembre 1343 (che venne prima concessa e poi annullata) e nel novembre 1344 quando il giudice manifestò nuovamente la sua intenzione di intraprendere il viaggio con tre galee armate per un periodo di sei mesi al fine di combattere contro gli infedeli, viaggio però che probabilmente non effettuò nonostante avesse ottenuto l’assenso papale.

Il Pontefice Clemente VI accoglieva la supplica del 1347 a patto di non portare beni e mercanzie che potessero avvantaggiare gli infedeli ed in modo particolare armi, legname, chiodi ecc. Non sappiamo se Pietro sia effettivamente riuscito ad effettuare il viaggio (morendo quindi durante lo stesso) o se invece sia deceduto durante i preparativi per questo pellegrinaggio.

 

lunedì 22 maggio 2017

1313, la Sardegna nel bilancio di Pisa

1313, la Sardegna nel bilancio di Pisa
(di Sergio Sailis)


Ma economicamente quanto era importante la Sardegna per Pisa?

Nella tabella che segue sono esposte le entrate e le uscite del Comune per il 1313. Come si vede la Sardegna incide per oltre il 40% delle entrate del Comune e le uscite (relative agli stipendi di 25 cavalieri e 120 fanti per il Giudicato di Cagliari e di 25 cavalieri e 55 fanti per il Giudicato di Gallura) erano decisamente basse. Il contrario di quanto avverrà successivamente nel periodo catalano-aragonese durante il quale le rendite erano in massima parte appannaggio dei feudatari mentre la Corona dovrà sopportare enormi spese per mantenere l'imponente impianto burocratico e, soprattutto, le continue spese militari.
Rielaborazione tabella dello scrivente su dati Doenniges 1839 / Violante 1980.

Dalla tabella precedente si può quindi intuire il perché Pisa, qualche anno dopo, non lesinò l'impiego di ingenti risorse umane e finanziarie per difendere l'isola dai catalano-aragonesi.


 

venerdì 5 maggio 2017

1348, la Peste Nera

1348, la peste nera
di Sergio Sailis
La “Peste Nera”, terribile flagello tipico del Trecento di boccacciana memoria.
Come scrisse lo Zurita “... Fue esta pestilencia tan contagiosa y terrible que morían las gentes casi repentinamente; y de Italia pasó a Sicilia y Cerdeña y después a Mallorca. [...] Y fue una de las más generales y fieras mortandades que se lee haber habido jamás; y así se llamó la gran mortandad ...”. Così come gli altri territori della Corona catalano-aragonese quindi anche la Sardegna non ne era rimasta immune anche se probabilmente venne colpita in maniera meno drammatica rispetto ad altre zone europee. Al contrario delle epidemie successive (come ad esempio l’altrettanto famosa “peste barocca” del ‘600 per la quale ci si può basare in parte sui “Quinque Libri”) mancano purtroppo dati certi sulla reale rilevanza dell’epidemia e sul suo evolversi per cui per una valutazione sulla sua incidenza ci si affida principalmente a delle stime che per forza di cose risultano scientificamente poco attendibili. Sempre secondo lo Zurita oltre a Cagliari, che cita espressamente y hubo muy grande mortandad en la ciudad de Cáller”, l’epidemia, unitamente alle contemporanee operazioni belliche in corso nel periodo, ebbe conseguenze di un certo rilievo ma il cronista purtroppo non riporta di altre località sarde colpite così come del resto nella maggioranza dei documenti catalano-aragonesi dove, pur non mancando generici riferimenti sullo stato di desolazione in cui versava l’isola, non sono presenti dati utili per una statistica anche approssimativa.

img ACA
comunicazione morte della
Regina Eleonora

Naturalmente ad essere colpiti erano tanto le fasce misere della popolazione quanto le personalità di alto rango ed infatti non venne risparmiata neppure la stessa figlia minore di Pietro IV d’Aragona, l’Infanta Maria (che perse la vita a Valencia in tenera età qualche giorno prima del 13 giugno 1348), la moglie Eleonora di Portogallo (morta il 30 ottobre 1348) così come, per restare sempre nell’ambito della famiglia reale, nei primi giorni di maggio, proprio all’inizio della diffusione dell’epidemia, morì anche Giovanna di Foix, moglie del Conte Ribagorza zio di Pietro IV.
 
img ACA
comunicazione morte
dell'Infanta Maria
Negli stati peninsulari della Corona, dove peraltro era in corso una rivolta nobiliare, la situazione si fece delicata anche sotto l’aspetto dell’ordine pubblico con lo scoppio di disordini e saccheggi di abitazioni rimaste incustodite per la morte dei proprietari e che in molte località, causa l’ incitamento di alcuni ecclesiastici, sfociarono in una vera e propria caccia agli ebrei che divennero il capro espiatorio essendo ritenuti responsabili del diffondersi della malattia mentre nel Regno di Maiorca, a causa dei decessi, le autorità non erano più in grado potersi validamente difendere da eventuali attacchi pirati o tunisini e richiedevano pertanto urgente aiuto alla Corona che dispose l'armamento di diverse galere per il pattugliamento delle coste.

Per quanto riguarda specificatamente la Sardegna invece, il 5 novembre 1348 Pietro IV scrive un memorandum con istruzioni ai suoi ambasciatori presso la curia avignonese e tra i punti da mettere all’attenzione del pontefice Clemente VI ci sono proprio alcune circostanze riguardanti gli effetti della peste nel Regno di Sardegna. Il sovrano infatti afferma che “... per la gran mortaldat que es stada en Serdenya, es la isla quax despoblada ... “ tanto da non poter essere difesa nonostante abbia inviato della gente appositamente per ripopolarla. Per porre rimedio alle “grans pestilencies e mortaldats que son stades en la terra” e per favorire il ripopolamento dell’isola, avanza quindi la richiesta al pontefice affinché conceda la dispensa a chi, di qualunque condizione sociale, intendesse sposarsi nonostante la consanguineità entro il terzo grado di parentela o affinità. La dispensa inoltre era ovviamente anche per il sovrano in quanto intendeva risposarsi immediatamente con l’infanta Eleonora di Sicilia.
img ACA
istruzioni relative al caso Sardegna
 
Naturalmente la peste non risparmiò neanche i feudatari iberici presenti in Sardegna tanto che il sovrano sei mesi prima, il 6 maggio 1348, scrive al Governatore del Regno di Sardegna e Corsica, Rimbau de Corbera, disponendo che provvedesse ad assegnare a dei catalani i beni in feudo o in enfiteusi che erano rientrati alla Curia Regia a causa del morbo “... propter pestilencialium infirmitates ...” segno evidente che occorreva compensare i decessi con nuova linfa anche perché contemporaneamente era in atto la pericolosa rivolta dei Doria che dopo la vittoria conseguita a “s’aidu de su turdu” nel 1347 avevano stretto d’assedio la città di Sassari.
Anche per quanto riguarda la Trexenta abbiamo probabilmente alcuni casi. I fratelli Bernat e Pere de Sitges per esempio, feudatari di Barrali però residenti a Castell de Caller, rimasero entrambi colpiti da una malattia che nel 1348 portò al decesso del primo. Durante la malattia di Pere un altro suo fratello, Guillem, il 1° maggio 1348 presentò una supplica a Pietro IV affinché il sovrano derogasse al “mos Italiae” con cui era stato concesso il feudo di Barrali e potesse pertanto succedere al fratello qualora lo stesso fosse morto senza eredi; il sovrano accettò la richiesta ma per sua fortuna Pere riuscì a sopravvivere e a continuare la sua attività in Sardegna.
Un altro caso è quello di Ramon II ça Vall il quale, già feudatario delle ville di Gesico, Corongiu, Cebolla, Pirri e Sanvetrano per eredità dell’omonimo padre, alla morte senza eredi maschi di Nicola Carroç il 10 novembre 1347 aveva acquistato dalla curia regia anche le ville di Mandas, Escolca e Nurri da questo possedute. Il ça Vall però non riuscì a prendere materialmente possesso di queste ville in quanto la peste lo colpì mentre si trovava a Barcellona nell’agosto del 1348 e pertanto alla sua morte i suoi possessi vennero ereditati da suo figlio ancora minorenne Ramonet e per suo conto gestiti dalla nonna paterna Caterina.
Non abbiamo invece dati concreti relativi all’andamento dell’epidemia sul resto della popolazione della Trexenta. Nonostante nel passato alcuni studiosi abbiano messo in relazione la peste con il gran numero di abbandoni di centri abitati trexentesi, confrontando le “ville” del 1322 con quelle del 1359, salvo il caso di Turri che in quell’anno si avviava al completo spopolamento, possiamo escludere che questo sia avvenuto e che la loro scomparsa deve essere invece ascritta più propriamente agli ultimi lustri del secolo e ai primi del ‘400.
Nel citato periodo intercorrente tra 1322 e il 1359 assistiamo anzi alla fondazione (o meglio alla rifondazione in quanto spopolatosi nel secolo precedente) di un nuovo centro abitato: Frius; il neonato villaggio riuscirà infatti a superare il periodo critico della post-fondazione (in genere quello più delicato) nonostante il sopraggiungere dell’epidemia e, qualche anno dopo, della rivolta arborense che interessò anche il territorio trexentese e probabilmente proprio quello di Frius in modo particolare in quanto situato nella via per il castello Orguglioso (Silius) che verrà distrutto dalle truppe di Mariano IV nel 1353.