venerdì 16 giugno 2017

1353 Mariano IV e il possesso dei castelli di Damiano Doria

1353 Mariano IV e il possesso dei castelli di Damiano Doria
(di Sergio Sailis)
Uno dei principali punti di attrito tra Mariano IV d'Arborea e Pietro IV d'Aragona erano i possedimenti che il Giudice arborense aveva acquistato da Damiano Doria, al prezzo di 300 fiorini d’oro, acquisto che il sovrano aragonese non riconosceva in quanto già da tempo intenzionato ad entrare direttamente in possesso (con l’acquisto o con la forza) di questi territori ed in modo particolare dei “castra de Ardena et de la Capola” ossia Ardara e Capula nel Logudoro situati in posizione strategica ed essenziali alla Corona per il controllo delle importanti vie di comunicazione che dominavano.

Nei famosi Procesos è inserita copia della comunicazione che il 16 giugno 1353 Mariano aveva inviato a Rambaldo de Corbera (all’epoca Governatore generale del Regno di Sardegna e Corsica) e ai probiviri della città di Sassari con la quale li informava appunto di aver preso possesso dei castelli e terre “castrorum et terrarum” già appartenute, come detto, a Damiano Doria dal quale li aveva acquistati.
Copia della citata lettera di Mariano inserita nei Procesos
(ACA, Barcellona)

In seguito furono numerose e insistenti le richieste e le intimazioni fatte a Mariano, sia direttamente da Pietro IV che dai suoi ufficiali, affinché queste fortificazioni fossero consegnate agli iberici e furono continuo motivo di contrasto e guerra negli anni successivi così come furono punti fondamentali degli accordi di pace di Alghero nel 1354 e di Sanluri nell’anno successivo.

giovedì 15 giugno 2017

1347 giuramento Mariano IV

1347 giuramento Mariano IV
(di Sergio Sailis)

Il novello giudice arborense, Mariano IV, il 15 giugno del 1347 dal castello di Goceano rilascia una procura ai suoi ambasciatori (i barcellonesi Arnau Ballester e Galceran Marquet) affinché per suo conto prestino giuramento di fedeltà e vassallaggio a re Pietro IV d’Aragona per tutti i possedimenti, compreso il Giudicato d’Arborea (“… pro Judicatu Arboree et allis terris civituibus, castris, locis et villis quem et quas in Insula Sardinie predicti pater et frater sui tenebant in feudum sub annuo servitio seu censu trium milium florenorum a supradicto domino Rege et a predecessoribus suis …”), che già avevano avuto prima di lui i giudici precedenti suo padre Ugone e suo fratello Pietro e che, dopo la morte senza eredi di quest’ultimo, gli erano pervenuti in eredità secondo le disposizioni testamentarie di Ugone.
 
img ACA Barcellona
Si tratta probabilmente della prima attestazione di Mariano IV in qualità di “Iudex Arboree, Comes Gociani et Vicecomes de Basso”. Un’altra attestazione invece, a distanza di qualche giorno, la troviamo il successivo 30 giugno allorché papa Clemente VI si esprime favorevolmente alla richiesta di Timbora moglie di Mariano IV (“... nobili mulieri Timbordy, uxori dilecti filii viri Margani, iudicis de Arborea, insule Sardinie...“) di poter visitare una volta all'anno, insieme a altre dieci dame, i monasteri femminili di clausura di qualunque ordine, purché non vi mangino o pernottino.

Papa Clemente VI (img BCABo)
 




Il fratello maggiore di Mariano e suo predecessore, il Giudice Pietro, era morto dopo il 27 marzo 1347. In quella data infatti il giudice avanzava l’ennesima richiesta al papa per autorizzarlo a recarsi in Terra Santa; analoghe richieste erano già state avanzate da Pietro nel settembre 1343 (che venne prima concessa e poi annullata) e nel novembre 1344 quando il giudice manifestò nuovamente la sua intenzione di intraprendere il viaggio con tre galee armate per un periodo di sei mesi al fine di combattere contro gli infedeli, viaggio però che probabilmente non effettuò nonostante l’assenso papale.

Il Pontefice Clemente VI accoglieva la supplica del 1347 a patto di non portare beni e mercanzie che potessero avvantaggiare gli infedeli ed in modo particolare armi, legname, chiodi ecc. Non sappiamo se Pietro sia effettivamente riuscito ad effettuare il viaggio (morendo quindi durante lo stesso) o se invece sia deceduto durante i preparativi per questo pellegrinaggio.

 

lunedì 22 maggio 2017

1313, la Sardegna nel bilancio di Pisa

1313, la Sardegna nel bilancio di Pisa
(di Sergio Sailis)


Ma economicamente quanto era importante la Sardegna per Pisa?

Nella tabella che segue sono esposte le entrate e le uscite del Comune per il 1313. Come si vede la Sardegna incide per oltre il 40% delle entrate del Comune e le uscite (relative agli stipendi di 25 cavalieri e 120 fanti per il Giudicato di Cagliari e di 25 cavalieri e 55 fanti per il Giudicato di Gallura) erano decisamente basse. Il contrario di quanto avverrà successivamente nel periodo catalano-aragonese durante il quale le rendite erano in massima parte appannaggio dei feudatari mentre la Corona dovrà sopportare enormi spese per mantenere l'imponente impianto burocratico e, soprattutto, le continue spese militari.
Rielaborazione tabella dello scrivente su dati Doenniges 1839 / Violante 1980.

Dalla tabella precedente si può quindi intuire il perché Pisa, qualche anno dopo, non lesinò l'impiego di ingenti risorse umane e finanziarie per difendere l'isola dai catalano-aragonesi.


 

venerdì 5 maggio 2017

1348, la Peste Nera

1348, la peste nera
di Sergio Sailis
La “Peste Nera”, terribile flagello tipico del Trecento di boccacciana memoria.
Come scrisse lo Zurita “... Fue esta pestilencia tan contagiosa y terrible que morían las gentes casi repentinamente; y de Italia pasó a Sicilia y Cerdeña y después a Mallorca. [...] Y fue una de las más generales y fieras mortandades que se lee haber habido jamás; y así se llamó la gran mortandad ...”. Così come gli altri territori della Corona catalano-aragonese quindi anche la Sardegna non ne era rimasta immune anche se probabilmente venne colpita in maniera meno drammatica rispetto ad altre zone europee. Al contrario delle epidemie successive (come ad esempio l’altrettanto famosa “peste barocca” del ‘600 per la quale ci si può basare in parte sui “Quinque Libri”) mancano purtroppo dati certi sulla reale rilevanza dell’epidemia e sul suo evolversi per cui per una valutazione sulla sua incidenza ci si affida principalmente a delle stime che per forza di cose risultano scientificamente poco attendibili. Sempre secondo lo Zurita oltre a Cagliari, che cita espressamente y hubo muy grande mortandad en la ciudad de Cáller”, l’epidemia, unitamente alle contemporanee operazioni belliche in corso nel periodo, ebbe conseguenze di un certo rilievo ma il cronista purtroppo non riporta di altre località sarde colpite così come del resto nella maggioranza dei documenti catalano-aragonesi dove, pur non mancando generici riferimenti sullo stato di desolazione in cui versava l’isola, non sono presenti dati utili per una statistica anche approssimativa.

img ACA
comunicazione morte della
Regina Eleonora

Naturalmente ad essere colpiti erano tanto le fasce misere della popolazione quanto le personalità di alto rango ed infatti non venne risparmiata neppure la stessa figlia minore di Pietro IV d’Aragona, l’Infanta Maria (che perse la vita a Valencia in tenera età qualche giorno prima del 13 giugno 1348), la moglie Eleonora di Portogallo (morta il 30 ottobre 1348) così come, per restare sempre nell’ambito della famiglia reale, nei primi giorni di maggio, proprio all’inizio della diffusione dell’epidemia, morì anche Giovanna di Foix, moglie del Conte Ribagorza zio di Pietro IV.
 
img ACA
comunicazione morte
dell'Infanta Maria
Negli stati peninsulari della Corona, dove peraltro era in corso una rivolta nobiliare, la situazione si fece delicata anche sotto l’aspetto dell’ordine pubblico con lo scoppio di disordini e saccheggi di abitazioni rimaste incustodite per la morte dei proprietari e che in molte località, causa l’ incitamento di alcuni ecclesiastici, sfociarono in una vera e propria caccia agli ebrei che divennero il capro espiatorio essendo ritenuti responsabili del diffondersi della malattia mentre nel Regno di Maiorca, a causa dei decessi, le autorità non erano più in grado potersi validamente difendere da eventuali attacchi pirati o tunisini e richiedevano pertanto urgente aiuto alla Corona che dispose l'armamento di diverse galere per il pattugliamento delle coste.

Per quanto riguarda specificatamente la Sardegna invece, il 5 novembre 1348 Pietro IV scrive un memorandum con istruzioni ai suoi ambasciatori presso la curia avignonese e tra i punti da mettere all’attenzione del pontefice Clemente VI ci sono proprio alcune circostanze riguardanti gli effetti della peste nel Regno di Sardegna. Il sovrano infatti afferma che “... per la gran mortaldat que es stada en Serdenya, es la isla quax despoblada ... “ tanto da non poter essere difesa nonostante abbia inviato della gente appositamente per ripopolarla. Per porre rimedio alle “grans pestilencies e mortaldats que son stades en la terra” e per favorire il ripopolamento dell’isola, avanza quindi la richiesta al pontefice affinché conceda la dispensa a chi, di qualunque condizione sociale, intendesse sposarsi nonostante la consanguineità entro il terzo grado di parentela o affinità. La dispensa inoltre era ovviamente anche per il sovrano in quanto intendeva risposarsi immediatamente con l’infanta Eleonora di Sicilia.
img ACA
istruzioni relative al caso Sardegna
 
Naturalmente la peste non risparmiò neanche i feudatari iberici presenti in Sardegna tanto che il sovrano sei mesi prima, il 6 maggio 1348, scrive al Governatore del Regno di Sardegna e Corsica, Rimbau de Corbera, disponendo che provvedesse ad assegnare a dei catalani i beni in feudo o in enfiteusi che erano rientrati alla Curia Regia a causa del morbo “... propter pestilencialium infirmitates ...” segno evidente che occorreva compensare i decessi con nuova linfa anche perché contemporaneamente era in atto la pericolosa rivolta dei Doria che dopo la vittoria conseguita a “s’aidu de su turdu” nel 1347 avevano stretto d’assedio la città di Sassari.
Anche per quanto riguarda la Trexenta abbiamo probabilmente alcuni casi. I fratelli Bernat e Pere de Sitges per esempio, feudatari di Barrali però residenti a Castell de Caller, rimasero entrambi colpiti da una malattia che nel 1348 portò al decesso del primo. Durante la malattia di Pere un altro suo fratello, Guillem, il 1° maggio 1348 presentò una supplica a Pietro IV affinché il sovrano derogasse al “mos Italiae” con cui era stato concesso il feudo di Barrali e potesse pertanto succedere al fratello qualora lo stesso fosse morto senza eredi; il sovrano accettò la richiesta ma per sua fortuna Pere riuscì a sopravvivere e a continuare la sua attività in Sardegna.
Un altro caso è quello di Ramon II ça Vall il quale, già feudatario delle ville di Gesico, Corongiu, Cebolla, Pirri e Sanvetrano per eredità dell’omonimo padre, alla morte senza eredi maschi di Nicola Carroç il 10 novembre 1347 aveva acquistato dalla curia regia anche le ville di Mandas, Escolca e Nurri da questo possedute. Il ça Vall però non riuscì a prendere materialmente possesso di queste ville in quanto la peste lo colpì mentre si trovava a Barcellona nell’agosto del 1348 e pertanto alla sua morte i suoi possessi vennero ereditati da suo figlio ancora minorenne Ramonet e per suo conto gestiti dalla nonna paterna Caterina.
Non abbiamo invece dati concreti relativi all’andamento dell’epidemia sul resto della popolazione della Trexenta. Nonostante nel passato alcuni studiosi abbiano messo in relazione la peste con il gran numero di abbandoni di centri abitati trexentesi, confrontando le “ville” del 1322 con quelle del 1359, salvo il caso di Turri che in quell’anno si avviava al completo spopolamento, possiamo escludere che questo sia avvenuto e che la loro scomparsa deve essere invece ascritta più propriamente agli ultimi lustri del secolo e ai primi del ‘400.
Nel citato periodo intercorrente tra 1322 e il 1359 assistiamo anzi alla fondazione (o meglio alla rifondazione in quanto spopolatosi nel secolo precedente) di un nuovo centro abitato: Frius; il neonato villaggio riuscirà infatti a superare il periodo critico della post-fondazione (in genere quello più delicato) nonostante il sopraggiungere dell’epidemia e, qualche anno dopo, della rivolta arborense che interessò anche il territorio trexentese e probabilmente proprio quello di Frius in modo particolare in quanto situato nella via per il castello Orguglioso (Silius) che verrà distrutto dalle truppe di Mariano IV nel 1353.

mercoledì 19 aprile 2017

1355 ostaggi sardi

1355, cattura di ostaggi sardi
(di Sergio Sailis)
 
Nonostante pochi mesi prima, il 13 novembre 1354, tra Pietro IV e Mariano IV fossero stati sottoscritti gli accordi di Alghero, la situazione nel Regno di Sardegna e Corsica non era del tutto tranquilla e pacificata. Il 19 aprile 1355 Pietro IV ordina pertanto ad Artal de Pallars di recarsi a Sanluri e in altri luoghi contigui con la frontiera arborense per identificare i luoghi validi per la difesa dei confini e in quelle zone prendere degli ostaggi così come nei vicini territori soggetti al Comune di Pisa ossia Gippi e Trexenta.

Img. ACA
La cattura di ostaggi era frutto della decisione di Pietro IV formalizzata nella terza costituzione (vedasi l'articolo apposito) del Parlamento riunito a Cagliari nel precedente mese di marzo; gli ostaggi dovevano essere preferibilmente maschi mentre le donne e i bambini, qualora ritenuto necessario, dovevano essere condotti in luoghi fortificati. Per esempio venne disposto che gli abitanti di Villamassargia dovevano essere portati al castello di Acquafredda mentre quelli delle curatorie di Sulcis e Sigerro dovevano essere portati nei castelli di Iglesias e Gioiosa Guardia avendo però l’attenzione di non prendere donne e bambini al di sotto di sette anni.
L’ordine di prendere ostaggi venne reiterato il successivo 24 aprile quando le trattative diplomatiche, che pure erano in corso, lentamente stavano lasciando il posto a nuove operazioni militari e in effetti nel mese di giugno ricominciano le ostilità con Mariano IV. Il 1° luglio infatti Pietro IV scriveva al Consiglio Reale – che richiedeva il rientro del sovrano in terra iberica per via della minaccia castigliana - di non poter lasciare la Sardegna in quanto gli arborensi erano di nuovo in armi e avevano distrutto alcune ville reali.
Img ACA
Una delle zone colpite da questi eventi era la Trexenta i cui abitanti inviarono una supplica al sovrano che il 25 giugno rispondeva invitandoli a concentrarsi a Serrenti per partecipare alle operazioni militari contro gli arborensi mentre le rispettive famiglie avrebbero potuto trovare rifugio nell’appendice cagliaritana di Villanova. 


Essendo infatti la curatoria situata proprio in una zona di frontiera tra l'Arborea e il Regno di Sardegna e Corsica la lamentela degli abitanti faceva seguito a varie scaramucce di confine nonché a requisizioni di frumento ai pisani che commerciavano con l’Arborea cui si aggiunge il fatto che circolava la notizia secondo cui il veguer pisano fosse passato dalla parte di Mariano.
La problematica situazione sarda si sommava alle nuove tensioni con il Regno di Castiglia (che sfociarono in guerra aperta nel 1356) e inoltre si aveva il timore che anche a Genova, benchè sconfitta nella battaglia di Porto Conte del 1353, si stesse approntando una nuova flotta per danneggiare le coste catalane per cui l'Infante Pietro, zio e luogotenente del sovrano in terra iberica, dava disposizioni per la protezione delle zone rivierasche della Catalogna e dei Regni di Valenza e Maiorca.
La situazione in Sardegna si tranquillizzò solo dopo una decina di giorni, l’11 luglio 1355, quando a Sanluri venne sottoscritto il nuovo accordo di pace con Mariano (peraltro con condizioni più favorevoli per i catalani rispetto a quelle firmate ad Alghero) e nello stesso mese finalmente gli ostaggi poterono far ritorno alle proprie case mentre Pietro IV, ormai rasserenato, rientrò nella penisola iberica ai primi del successivo mese di settembre.
 

venerdì 7 aprile 2017

Pimentel

Immagini della Trexenta ottocentesca: Pimentel
 
PIMENTEL o PIMENTELLO, villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Guasila e nella prefettura di Cagliari. È contenuto dentro l’antica curatoria del regno Cagliaritano.
La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 56', e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 4'.
Siede alla falda orientale di alcune colline, dalle quali è impedita alcun poco la ventilazione della parte del ponente e de’ suoi prossimi punti: e perchè alcuni altri poggi sorgono in poca distanza alla parte del levante e del greco, però la sua situazione può considerarsi come avvallata. Ed è diffatti giacente in un fondo e diviso in due parti da un perenne rivoletto. Da ciò nasce la forza del calore nell’estate, la tepidità dell’atmosfera nell’inverno, la nebbia, l’umidità. L’aria non è salubre ne’ tempi, che ne’ luoghi pantanosi della valle fermentano i fanghi, e lo è ancora meno quando il vento vi versa i miasmi delle terre di Barràli. Sono anche dentro il paese molte cause di malignità, e non era poca quella che usciva da’ sepolcri.
Il territorio de’ pimentellesi non è maggiore di 4 miglia quadrate, di starelli 3400, parte collino, parte vallivo, e tutto facilmente coltivabile.
Sono in esso alcune fonti, e di esse le più notevoli sono, quella che trovasi alla parte boreale del paese, che si raccoglie in alcune vasche per abbeverarvi il bestiame, per bevanda delle famiglie che non hanno pozzi di buona vena e per altri bisogni; quindi quella che è nominata di Solaris, a distanza di mezzo miglio dall’abitato, verso greco-tramontana, di acqua molto migliore della prima, donde però si provedono tutte le famiglie agiate. A distanza di un’ora sono varie sorgenti di acque ottime.
Manca affatto il bosco, e ne’ luoghi incolti è raro che trovisi qualche arbusto.
I selvatici sono lepri, conigli e volpi.
 
Popolazione. Questo paese nominato dal titolo del signore straniero, che possedeva la Trecenta, è di poca antichità, e vuolsi sia stato stabilito nel 1670.
Il numero attuale de’ suoi abitanti è di circa 655, totale risultante da maggiori di anni 20 maschi 200, femmine 217, minori maschi 125, femmine 112, che si spartiscono in circa 170 famiglie.
Pimentello è diviso, come già notai, da quel rivo-letto in due rioni, o vicinati, come dicesi, uno nominato Nuraxi opposto al greco-levante, l’altro Saceni di incontro al ponente-libeccio.
L’ordinario annuo numero delle nascite è 20, delle morti 13, di matrimoni 7.
Per la cura sanitaria basta un sol flebotomo, che a tutte le malattie applica la panacea universale della lancetta. Per buona sorte che i temperamenti sono forti, e che poco i corpi patiscono dopo superati i pericoli della prima età, e che molti si abbandonano al beneficio della natura.
Le malattie più frequenti sono le infiammazioni di petto, i dolori di punta, e le febbri intermittenti.
La principale professione è quella dell’agricoltura, alla quale sono applicati tra maggiori e minori non meno di 220 persone, quindi quella della pastorizia, nella quale si possono numerare 25 individui.
Alle arti meccaniche de’ muratori, fabbriferrari, falegnami non istudiano più di 10 individui, i quali quando sono disoccupati da’ lavori di queste arti vanno a lavorar sul campo.
Le persone che non facciano alcun’opera sono rarissime e forse si contan sulle dita.
Le donne lavorano nel telajo, e di queste macchine (d’antica forma) quasi tutte le case son fornite. Molte donne han lucro dalla vendita delle tele.
La istruzione primaria è, come generalmente nelle altre parti, poco curata; i fanciulli, che concorrono alla medesima circa 10. Forseperò non saranno 12 in tutto il paese che sappian leggere e scrivere.
 
Agricoltura. Di quella superficie coltivabile, che sopra notai (starelli 3400), due mila e trecento starelli sono dedicati a’ cereali, con alterno esercizio e riposo, il rimanente è nel vigneto, nel prato e nel salto.
Le quantità solite delle seminagioni sono le seguenti, di frumento star. 700, d’orzo 200, di fave 320, di legumi (cicerchie, piselli, caci, lenticchie) 60, di lino 120.
La fruttificazione è abbondevolissima se il cielo favorisce alla vegetazione con la opportunità delle pioggie, e se nel tempo della fioritura e dell’ingranimento non incomba sopra i seminati nessuna nebbia venefica. Questa in poche ore diminuisce a metà, e pure a un decimo e a un ventesimo, la raccolta.
Le vigne danno buoni vini se le uve sono manipolate con qualche intelligenza.
Tra le viti sono alberi fruttiferi di molte specie, ma non in gran numero. Vi sono prosperi e danno ottimi frutti.
L’orticoltura è ristrettissima, perchè non si produce più del bisogno di alcune famiglie.
La pastorizia non cura che pecore, vacche e porci.
Il bestiame domito consiste in buoi di lavoro 270, cavalli 60, giumenti 200.
Il bestiame rude in vacche 220, pecore 3000, porci 350.
Si fa formaggio del latte pecorino, ma molto meno che voglia la consumazione, e di poco pregio, perchè non si sa fare.
 
Commercio. Gli articoli che i pimentellesi danno sono i soli cereali; però quando per la irregolarità delle stagioni mancano questi prodotti, essi non san che fare, e non hanno altro ramo da cui procurarsi le cose di cui abbisognano.
In anno di fecondità posson lucrare circa 35 mila lire.
Il paese trovasi in poca distanza dalla strada provinciale (da Cagliari all’Ogliastra, quando sarà finita), e potrebbe riunirsi con poca spesa.
 
Religione. I pimentellesi sono compresi nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari, e diretti nelle cose spirituali da un prete che si qualifica rettore.
La chiesa parrocchiale è dedicata a N. Donna sotto il titolo del Carmelo, alla quale nel proprio giorno si festeggia pomposamente e lietamente. In occasione della medesima concorrono molti forestieri e si corre il palio.
Invece del camposanto si ha un cimiterio prossimo alla parrocchia in mezzo del paese.
 
Antichità. Furono già in questo territorio alcuni nuraghi, e certamente ve n’era uno in quella parte dell’abitato, che ritiene il nome del medesimo e appellasi Nuraxi; ma essendo stati tolti e adoperati i materiali in altre opere, or non ne appariscono neppur le vestigie.
Sono notevoli alcuni di quegli antichi ipogei, de’ quali spesso negli articoli sulla Sardegna si fa menzione, e che si sono sempre stimati sepolcri della primitiva popolazione.
Essi si trovano alla distanza di poco più d’un miglio dall’abitato. I pimentellesi indicano essi pure siffatte caverne col nome di domos de ajanas (case di vergini o fate).
In due diversi siti di questo territorio vedonsi chiare le vestigie di due popolazioni, una verso tramontana, dov’era la chiesa di s. Giacomo, della quale si è dimenticato il nome; l’altra verso maestrale, ed era l’antica villa Dei, di cui altrove si è fatta menzione.


[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XV, Torino 1847, pagg. 76-79.

martedì 14 marzo 2017

1355 l'emancipazione di Ugone d'Arborea.

1355 l'emancipazione di Ugone d'Arborea.
(Sergio Sailis)

“.... nos in Dei nomine et benedictione paterna ex certa nostra scientia, observatis modis et solemnitatibus consuetis, emancipamus, eximimus et penitus relexamus a iugo nostre patriae potestatis omni scilicet modo, iure, ratione, causa et forma quibus melius et efficacius possumus et debemus.”
(img ACA Barcellona)
 
Era il 14 marzo 1355: alla presenza del notaio regio Marchus de Vita e dei testimoni Renaldo de Berardo di Marsiglia, “magistro” Iacopo, Geraldo... de Flaçano, Petro de Acene, Barçolo Cathone e Petruccio de Moguro, il Giudice arborense Mariano IV “Dei gratia, iudex Arboree, comes Gociani et vicecomes de Basso” dichiara solennemente maggiorenne e emancipato il suo “nobilis et dilecti primogeniti nostri Hugonis de Arborea” il quale dopo esattamente 20 anni raccoglierà la pesante eredità paterna proseguendo le lotte contro i catalano-aragonesi sino al suo assassinio nel 1383 assieme alla povera figlioletta Benedetta ad opera, come scrisse Pietro IV d'Aragona, “per los seus sards d’Oristany”.