venerdì 16 febbraio 2018

Viaggiatori ottocenteschi: descrizione della Trexenta di Alberto della Marmora

Viaggiatori ottocenteschi: descrizione della Trexenta di Alberto della Marmora [1]

Dopo aver attraversato Monastir e superato il secondo ponte, a meno di un chilometro di distanza dal villaggio, il nostro viaggiatore dovrà lasciare la strada centrale per prendere a destra quella detta “dell’Ogliastra” o più comunemente “strada di Mandas”: egli vedrà subito sulla destra il grande villaggio di Ussana; poi lascerà, dalla stessa parte, dapprima quello di Donori, poi quello di Barrali, mentre sulla sinistra avvisterà in lontananza quelli di Pimentel e Samatzai.

Il terreno fino al ponte di Bangius è un po’ accidentato, soprattutto a est, dove avanza un contrafforte del monte granitico di Donori che si prolunga fin sopra Bangius; lo chiamano Monte Uda. Dietro al contrafforte si trova il villaggio di Sant’Andrea Frius, nei dintorni del quale sono state effettuate ricerche di minerali piombiferi, senza alcun risultato soddisfacente. Tuttavia il geologo potrà trarre profitto dalla visita del posto grazie alla varietà dei terreni che vi si trovano, tra gli altri i depositi terziari conchigliferi.

Nel ponte di Bangius lo scenario cambia: si vede soltanto una specie di pianura o piuttosto un bacino leggermente ondulato detto “Trexenta”; è popolato di villaggi: alcuni come Arixi, San Basilio e Sisini, sono ai piedi o sui versanti delle colline terziarie che delimitano il bacino a destra; dalla parte opposta si notano specialmente Ortacesus, Guasila, Guamaggiore, Selegas e Seuni, mentre al centro della pianura la grande strada attraversa i popolosi villaggi di Senorbì e Suelli.

Suelli fu un tempo sede episcopale, a datare da San Giorgio vescovo della Barbagia, al quale Torgotorio I, giudice di Cagliari, donò questo villaggio per tenere vicino a sé quel santo prelato.

La seconda moglie di questo giudice, di nome Nispella, gli donò anche la vicina villa di Simieri; i due sposi sono quelli di cui si è parlato nel capitolo precedente a proposito della chiesa di Sant’Antioco, dove sembra sia stato sepolto Torgotorio I.

Nel 1425, sotto il pontificato di Martino V, il vescovado di Suelli fu unito alla mensa arcivescovile di Cagliari, alla quale adesso sono annessi tutti i villaggi della Trexenta; ciò non impedisce che il vecchio titolo di vescovo di Barbagia passasse nel 1824 al nuovo vescovado di Tortolì. La figura di San Giorgio di Suelli è molto popolare in tutta l’Isola, soprattutto nella parte montuosa, detta ancora oggi “Barbagia”. La chiesa parrocchiale di Suelli, dedicata a San Pietro, è antichissima; si sostiene che la sua costruzione risalga ai tempi in cui viveva il San Giorgio in questione e cioè prima dell’anno 1113 nel quale morì. Vicino alla chiesa c’è il santuario dedicato al santo e molto frequentato dai devoti.

Il bacino della Trexenta, nonostante la grande fama di fertilità dovuta alle colture cerealicole, colpisce il viaggiatore per la totale assenza di alberi prodotta principalmente dalla mancanza d’acqua: difetta anche d’acqua potabile, e quella che si beve è salmastra oltreché rarissima. Le persone agiate dei paesi la mandano a prendere molto lontano.

Ho tuttavia dei dati geologici e stratigrafici sufficienti per credere che delle prove di scavi artesiani in questi luoghi sarebbero coronate da grande successo. Tutto il bacino, formato da depositi terziari abbastanza recenti stratificati regolarmente, si appoggia sui monti di formazione più antica che si elevano verso est; da questi punti devono senza dubbio provenire delle falde di acque sotterranee che scorrono nelle parti inferiori del bacino in questione, per cui è molto probabile che qualche colpo di sonda fortunato e ben diretto faccia scaturire le acque alla superficie della pianura. È una delle prove di sondaggio che in Sardegna raccomando in modo speciale.

Superato il villaggio di Seuni si incontra una salita che porta a un altipiano composto anch’esso di terreni terziari; si vedono a destra, un po’ in lontananza, i bei paesi di Siurgus e Donigala, nel punto di giunzione del bacino terziario ai monti di transizione, mentre verso ovest si vedono sorgere le cime marnose di Punta Acuzza (“Punta Acuta”) e il Monte Corona sotto il quale si nasconde il fangoso villaggio di Gesico; poi si arriva, sempre in pianura, a quello di Mandas.

Mandas è notevole soltanto per l’estensione dell’abitato e per la numerosa popolazione; la chiesa non offre un grande interesse, ma è degna d’essere ricordata per gli ornamenti in marmo locale, di cui è stata dotata a spese e su iniziativa di un suo rettore, il defunto Federico Gessa. Questo degno ecclesiastico fece intraprendere da solo lo sfruttamento e la lavorazione di un marmo grigio detto “bardiglio”, che si trova nel terreno di transizione a qualche minuto di distanza dal villaggio; ma l’industria decadde alla morte del rettore e non si riprese più, nonostante l’impegno del fratello, Francesco Gessa, anch’esso defunto, che per molti anni fu intendente della provincia di Isili, alla quale appartiene il villaggio. Il ricordo dei due fratelli resterà a lungo impresso nella memoria delle persone che come me hanno sempre trovato nella loro casa un’ospitalità cordiale e allo stesso tempo estremamente discreta, condizioni che difficilmente coesistono.



[1] Alberto DELLA MARMORA, Itinerario dell'isola di Sardegna, (riedizione originale Torino 1860 con traduzione a cura di Maria Grazia Longhi), vol. 2, Nuoro 1997, pagg. 9-12. Titolo originale: Itinéraire de l’Ile de Sardaigne, pour faire suite au Voyage en cette contrée, tome I-II, Turin, Fréres Bocca, 1860.

mercoledì 14 febbraio 2018

1353 concessione uso delle armi ai pisani

1353 concessione uso delle armi ai pisani
(Sergio Sailis)


Il 14 febbraio 1353 Pietro IV concede finalmente ai vicari pisani presenti in Sardegna di poter portare armi sia difensive che offensive e di poter girare con una scorta di due uomini. Gli ufficiali del Comune toscano presenti nell’isola per amministrare i feudi di Gippi e Trexenta (concessi in feudo con la pace del 1326) erano stati a più riprese oggetto di vessazioni e intimidazioni e nel corso degli anni Pisa aveva a più riprese presentato le proprie rimostranze presso la corte aragonese.
 
(img ASPi)


Nella stessa data Pietro IV emana tutta un’altra serie di ordini (una trentina) volti a salvaguardare (almeno ufficialmente) gli interessi, anche commerciali, del Comune dell’Arno in Sardegna. I segnali provenienti da Mariano IV d’Arborea infatti erano poco incoraggianti e palesavano quel malessere che pochi mesi dopo sfocerà nell’aperta ribellione; con questa mossa probabilmente il sovrano aragonese intendeva non alienarsi le simpatie dei toscani e attirarli dalla sua parte o perlomeno mantenerli neutrali nell’ormai quasi imminente conflitto con l’Arborea.

 Uno degli ordini impartiti da Pietro IV nel medesimo 14 febbraio 1353 riguarda Jofré Gilabert de Cruïlles in quanto, secondo le accuse dei vicari pisani, aveva estorto dei beni agli abitanti di una delle ville trexentesi che aveva in feudo prima della pace del 1326 a seguito della quale passarono al Comune di Pisa.

Le ville in questione erano Bangiu de Aliri, Seuni e Suelli (oltre che Donigala e Siurgus ed in seguito anche Orroli e Goni) e inoltre quella di Segariu che era in feudo a sua moglie Sibilla de Vergua. Il sovrano ordinava ai suoi ufficiali che intimassero al nobile de Cruïlles di restituire il maltolto.
 

 

giovedì 8 febbraio 2018

Senorbì

Senorbì[1]

Immagini della Trexenta ottocentesca: Senorbì

SENORBÌ, villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari capo luogo di mandamento sotto il tribunale di prima cognizione di Cagliari, compreso nella Trecenta, e nell’antico regno di Cagliari o Plumino.
La sua posizione geografica è nella latitudine 39° 32', e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 1' 30".
La situazione sulla sponda orientale d’un rialto contenuto tra due rivi, lungo circa miglia 3 2/3 da ostro a settentrione, largo 2 1/3. Una porzione dell’abitato resta sul rialto, l’altra nella ripa. Le strade principali sono selciate e tra esse è la strada reale che anderà verso Gallura.
Nella regione circostante a sei e più miglia non sorgendo eminenze notevoli il paese è ben ventilato da tutte le parti.
Il caldo è forte nell’estate, il freddo mite nell’inverno; le pioggie, come altrove non molto frequenti, ma grave l’umidità e frequente la nebbia, che spesso guasta i seminati nel fiorire, e le frutta.
I temporali sono rari, e raro fenomeno la neve nel-l’inverno e pochissimo durevole.
L’aria sebbene sia migliore, che in altri luoghi della Trecenta, si sente però maligna dai non avvezzi alle morbose esalazioni de’ terreni umidi e de’ luoghi pantanosi che sono nella prossima vallata a levante.
 
Territorio. È quasi tutto piano, perchè è piano il rilevamento notato, e le sue pendici di mitissima declività.
In esso non è altra generazione di selvatici che le lepri, che sono in maggior numero, che si potesse supporre per la estesa coltivazione, dalla quale è ristretto alla medesima lo spazio e sgombrato il suolo delle macchie.
I cacciatori ne prendono spesso, e prendon pure copia di pernici, quaglie, anatre, folaghe.
Manca il bosco ceduo, sparse raramente le macchie, e devonsi però da’ poveri raccogliere le grosse erbe de’ campi, principalmente i cardi agresti.
Finora i senorbini non han pensato a far piantagioni di alberi per servigio de’ focolari, sebbene non manchino i siti, i quali rifiutandosi ad altre produzioni non si negherebbero a queste: ma presto vedranno la necessità di farlo e i loro terreni facendosi più ameni per la vegetazione di alberi fruttiferi e cedui, contribuiranno maggior quantità di legna alle case.
Si può dire che in questo territorio manchino le fonti fuorchè a piè della ripa contro levante, dove sono alcune piccole sorgive, ma non tutte perenni.
Nel comune sono molti pozzi, però l’acqua essendo salmastre si sono dovute costrurre molte cisterne, il che ha giovato alla sanità degli abitanti.
A pochi minuti dal paese è una notevole palude detta Bangius, cioè bagno, si intende facilmente che può essere guazzo per i porci. Questa manda fuori una gran pestilenza, e si potrebbe quasi dire che non solo contamina l’aria di Senorbì, ma sparge l’infezione anche a qualche distanza. Quando il calore diminuisce le acque e si scopre intorno qualche zona del bacino, allora le esalazioni pessime cominciano dall’offender le navi.
A più di questo devesi notare che nel suolo più basso, in cui termina l’abitato, è in tempi umidi nientemeno, che un gran pantano per le molte acque che vi si fermano.
Le prime pioggie autunnali inondandolo fanno sviluppare in grandissima abbondanza i miasmi, e crescono l’infezione, che produce la suddetta palude e che aumentano altre cause.
Con pochissima arte e con pochissima spesa potrebbesi ottenere che le acque, che ora si fermano nell’indicato luogo a piè dell’abitato, scorressero sino al fiume, e potrebbesi pure ottenere il prosciugamento della palude di Bangius, ma quei paesani, che patiscono spesso le febbri e talvolta soccombono per la malignità delle medesime, non sanno pensare alla convenienza o di togliere o di diminuirne le cause, nè tra le persone illuminate, che possono essere nel paese, alcuno propone i lavori necessarii, che sarebbero compensati per l’acquisto delle terre, che per causa del loro allagamento sono fuori di servigio. Gli amministratori della provincia, a’ quali appartiene la polizia sanitaria massime de’ siti prossimi alle grandi vie, avrebbero già dovuto provvedere; ma gli amministratori non conoscono i luoghi, non ne sanno le condizioni, e forse nè pur sanno che sian questi provvedimenti ne’ loro principali doveri di governo politico.
Ho detto che sarebbe facile togliere codesto pantano e chi conosce la declività del suolo non può concedere altrimenti.
Popolazione. Proporremo qui pure ciò che trovasi notato nel censimento della popolazione dell’isola, pubblicato nel 1846.
Senorbì avrebbe numerato in uno degli anni antecedenti anime 1257, distribuite in famiglie 308, e ripartite in 306 case.
Si distingueva questo totale di anime in rispetto dell’età e del sesso nel seguente modo:
Sotto gli anni 5 maschi 87, femmine 60; sotto i 10 mas. 78, fem. 79; sotto i 20 mas. 168, fem. 128; sotto i 30 mas. 94, fem. 97; sotto i 40 mas. 80, fem. 76; sotto i 50 mas. 60, fem. 69; sotto i 60 mas. 57, fem. 62; sotto i 70 mas. 25, fem. 19; sotto gli 80 mas. 6, fem. 6; sotto i 90 mas. 4, fem. 1; sotto i 100 mas. 1.
Si distinguevano quindi in rispetto delle condizioni domestiche in quest’altro modo:
 
Maschi: scapoli 419, ammogliati 222, vedovi 19, totale 660. 
Femmine: zitelle 328, maritate 224, vedove 45, totale 597.
 
Ritorna l’occasione di avvertire anche un’altra volta lo sbaglio che occorre nella differenza, che trovasi frequentissima nel citato censimento sopra la diseguaglianza degli ammogliati e delle maritate, che necessariamente si corrispondono in perfetta eguaglianza.
Nel 1834 io notava in Senorbì anime 1112, distinte in maschi 360 sopra i 20 anni, 172 sotto quell’età, totale mas. 532, e in femmine 409 sopra i 20 anni, 171 sotto, e in totale 580, sì che il numero delle donne è superiore a quello degli uomini, come è naturale, e secondo l’esperienza.
Inoltre osservando la differenza ben notevole di 63 femmine in meno, credo che qui sia un errore, perchè secondo quello che io ho potuto accertare nelle mie note le differenze sono molte minori tra il numero delle femmine e quello degli uomini. Forse i lavoratori di altri paesi che sono a servigio de’ proprietari del paese sono stati compresi nelle loro famiglie. Se non sia questa la ragione della notata diseguaglianza, allora bisogna dire che le note somministrate al redattore fossero fatte con quella consueta incuria, con cui sempre i parochi han fatto il censimento.
È infine da notare il fenomeno di non rara longevità che si osserva in questo paese di aria tanto insalubre, come in altri della Sardegna, che sono nelle stesse condizioni. Il qual fenomeno si lega all’altro della robustezza che vedesi negli uomini di simili contrade, i quali si espongono a tutte le inclemenze atmosferiche e restano in mezzo alle venefiche effluenze della terra e de’ pantani senza risentirne danno, che rare volte, sì che pare che quel veleno non abbia alcuna efficacia nella loro organizzazione. Un simile fenomeno non si vede certamente nè alle paludi romane, nè alle maremme toscane, nè in quei dipartimenti della Francia che hanno un terreno paludoso, dove gli uomini a 25 anni sono cadenti per vecchiezza. Questo fenomeno fa che alcuni forestieri non credano al vizio dell’aria e si espongano con loro danno.
I numeri del movimento della popolazione sono i seguenti: nascite 60, morti 28, matrimoni 14.
Le malattie più comuni sono le febbri autunnali e infiammazioni, che spesso sono micidiali, e si patiscono per difetto di precauzioni contro la variabilità della temperatura.
Si ha nel paese un flebotomo ed un farmacista.
I senorbini sono uomini di buona pasta, assidui nel lavoro, religiosi, ossequiosi all’autorità, tranquilli e rispettosi delle altrui proprietà, onde non si sente mai a parlare di furti, di risse e di omicidii.
Sono in Senorbì cinque famiglie nobili, di notevole fortuna e agiatezza.
Quasi tutte le famiglie sono proprietarie e le povere possiedono almeno la casa dove abitano.
Come nelle altre regioni piane e fertili le proprietà sono maldivise, e mentre un certo numero di famiglie hanno estesi possedimenti, tante altre non hanno di proprio una sola giornata di terreno, dove lavorare a proprio conto, epperò non pochi devono porsi sotto certe condizioni al servigio annuo dei grandi proprietarii, o lavorare alla giornata quando alcuno li chiama alle proprie terre.
 Professioni. Sono applicati all’agricoltura circa 380, alla pastorizia 40, ai mestieri di necessità 30, e al negozio 2.
Le donne sono laboriose e quando hanno assestato le cose di casa filano senza posa e tessono tele di lino.
L’istruzione elementare è così trascurata come altrove, e il profitto nullo. Gli scolari sono in lista 20.
Le persone del comune non impiegate che sanno leggere e scrivere non saranno più di 20, ed impararono altrove che nella scuola primaria.
Sono in Senorbì sei notai, e trovano facilmente mezzi di vivere e far fortuna.
Il tribunale è composto di tre soggetti, che sono il giudice, il sostituito ed il segretario. Esso ha giurisdizione sopra questo paese e Sisini, Selegas, Suelli, s. Basilio, Seuni, s. Andrea, Arixi.
 Agricoltura. Le terre di Senorbì sono nel generale di tanta feracità, da meritar con l’altre della Trecenta la riputazione che hanno di prima forza, e da primeggiare tra le più granifere dell’isola. Se producono tanto non ostante la imperfezione dell’arte, produrrebbero anche di più se si operasse con maggior intelligenza.
La seminagione dei cereali suole essere nei numeri seguenti; starelli 1500 di grano, 250 di orzo, 300 di fave, 100 di legumi, 60 di lino.
La moltiplicazione mediocre delle semenze è del 15 pel grano, del 20 per l’orzo, del 18 per le fave. Come si è potuto dedurre dal cenno topografico sono nel territorio di Senorbì sotto la ripa orientale del rialto lunghi tratti di terreno idoneo per l’orticultura; ma la maggior parte di esso lasciasi oziosa e le specie ortensi sono coltivate da pochi e in piccoli spazi.
I legumi comunemente usati sono ceci, cicerchie, lenticchie.
Le specie ortensi comunemente coltivate sono cavoli, rape, cipolle, ravani, lattughe, andivie e altre poche.
Gli alberi fruttiferi sono in piccol numero e di poche specie, peri, meli, susini, fichi, pomi granati, peschi, albicocchi ecc., che in totale non sorpassano i quattromila individui.
Potrebbero in questo terreno venire felicemente gli agrumi e formarsi de’ vasti giardini; ma l’industria manca, e si fa solo quello che si facea da’ maggiori. I signori che hanno i mezzi di fare utili innovazioni non le fanno, e finchè quei paesani non sieno persuasi della evidenza dell’utile non esciranno dall’antica via e dalle viete pratiche.
Il vigneto è assai esteso, le uve di molte varietà bene maturanti e abbondanti di mosto. I vini hanno riputazione di buoni, e la malvasia è specialmente stimata. Il buon vino è forse il miglior antidoto che abbian ne’ luoghi malsani contro l’azione venefica de’ miasmi che si bevono nella respirazione.
Una piccola porzione di mosto si cuoce per la provvista della sapa, un’altra si distilla per acquavite.
Oltra il terreno chiuso per le vigne sono chiuse altre parti della superficie di piccola o grande estensione, i cungiaus (piccoli chiusi) e le tanche (chiudende maggiori) dove si semina or una or altra specie.
Pastorizia. Un terreno così fertile produce liberalmente anche dove non soccorre l’industria umana, e si ha però un pascolo abbondante.
Nel bestiame manso di Senorbì si numerano buoi 390 per i servigi agrari e per trasporto, cavalli per sella e basto 115, giumenti per macinare i grani 380, majali per provvista domestica 90.
Nel bestiame rude sono vacche 550, pecore 5000, porci 900, cavalle 200. Le capre sono in pochissimo numero per causa che il pascolo conveniente ad esse è rarissimo.
I prodotti del bestiame non solo bastano alla consumazione del paese, ma danno un superfluo che si esita nei paesi d’intorno o nella capitale.
L’apicultura è generalmente negletta.
 Commercio. L’articolo principale, da cui lucrano i coloni di Senorbì, sono i cereali, da’ quali complessivamente con gli articoli minori possono ottenere più di 130,000 lire.
Questo paese ha il comodo della facilità de’ trasporti, perchè passa nel suo mezzo la strada reale, che da Cagliari or è tracciata sino in là di Serri e sarà presto continuata sino alla Gallura.
La sua distanza da Cagliari è di sole miglia 20.
I paesi che gli restano d’intorno sono Arixi quasi al levante a miglia 1 1/6, S. Basilio nella stessa direzione a 3 1/6, Sisini verso greco-tramontana a 2, Suelli a settentrione a 1 5/6, Selegas verso il maestro-tramontana a 2 1/2. In stagione secca si può carreggiare da uno ad altro de’ suddetti paesi, ma nell’inverno la difficoltà è massima per i profondi fanghi.
Religione. Questo paese che era nella diocesi doliese or è compreso nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari.
La chiesa parrocchiale è intitolata da s. Barbara vergine e martire di Nicomedia, ed è adorna di marmi e ben provveduta per le cerimonie del culto.
Il parroco che la serve ha il titolo di rettore e tiene per suoi coadiutori nella cura delle anime altri tre sacerdoti.
Le feste più solenni e frequentate da stranieri sono per la titolare addì 4 dicembre, e per s. Antioco martire sulcitano nel primo giorno di agosto. Questa seconda è fatta più allegra dai soliti sollazzi e dalla corsa de’ barberi.
Prossimamente all’abitato sono due chiese, una denominata da s. Nicolò di Bari, l’altra da s. Antioco.
La prima dista di soli 300 passi dalle ultime case verso greco-tramontana e fu parrocchia di un antico villaggio da più secoli distrutto, che si diceva Segolai.
L’altra dista di quasi il doppio, e fu di recente costrutta e benedetta.
Non essendosi, secondo che era maggiormente prescritto dal Governo, formato il camposanto, si seppellirono i morti in queste due chiese rurali, e non curandosi il Governo di far eseguire la legge si segue a seppellirli anche al presente.
Siccome queste due chiese sono piccole e lo spazio per le sepolture ristretto, quindi manca spesso il luogo a’ defunti che può dare la popolazione in certo periodo, e accade che si sfossi per deporre nuovi cadaveri là dove non sono consunti i già deposti anteriormente. Pare una cosa empia, una profanazione, estrarre non già le ossa scarne, ma scheletri che sono ancora in putrefazione.
Oltre queste due chiese minori vi sono nel territorio altre due chiese rurali, dedicate, una a s. Antonio abate, l’altra a s. Sebastiano martire per voto in tempo di pestilenza.
Antichità. Si può in questo territorio indicare un solo nuraghe, quello di Simieri, in gran parte disfatto con l’apertura d’ingresso non più alta di metri 1,20.
Antichi abitati. Il rottame ammucchiato che trovasi in diversi punti indica con certezza l’esistenza di antiche popolazioni.
Verso il meriggio a poco meno di un miglio queste rovine sono osservate presso la chiesa distrutta, che dicono di s. Pietro vecchio. Alla parte di greco-levante ora il villaggio di s. Teodoro, se così nominavasi in quei tempi, il cui sito pare sia stato a una od altra sponda del rio di Arixi; ora è traversato dalla sua corrente.
A settentrione in distanza dal paese di un terzo di miglio era il villaggio di Simieri: verso ponente, a mezz’ora presso a’ limiti con Ortacesus in Funtana bangiu, sembra esservi stata popolazione: verso greco appariscono altre rovine in sa Eclesia de Bangiu, come pure ne’ luoghi nominati Nostra Seniora de Itria e Arcu nella linea da Senorbì a Selegas, distanti un quarto d’ora.
In vedendo tanto prossime a Senorbì queste rovine parrà forse ad alcuno che in quei siti sieno stati dei casali, ma non ville; tuttavolta è innegabile che vi sono stati de’ villaggi, sebben, come è ragione di credere, sieno essi stati di piccola popolazione: perchè quantunque facile si voglia stimare nella fertilità del suolo in questa regione la sussistenza, non si può supporre che potesse fornire a una moltitudine di uomini.
La prova della esistenza di molti villaggi in una regione così ristretta, qual è il territorio di Senorbì, si trova nel diploma di investitura, che il giudice Torcotorio dava a suo figlio Salusio de Lacon, del dipartimento della Trecenta. In quest’istromento sono nominate la villa di Goi-majori (Guamaggiore), la villa di Selegas, la villa di Santu Sadurru, la villa di Sehuni, la villa di Sitxi (Sisini), la villa di Simieri, la villa di Arco, la villa di SENORBÌ, la villa di Segolai, la villa di Arixi mungeta, la villa di Arixi picciu, la villa di Planu Montis, la villa di s. Basilio, la villa di Frius, la villa di Donnigala alba, la villa di Alluda, la villa di Villacampu, la villa di Baralba, la villa di Funtana Sisini, la villa di Bacu de Otgo, la villa di Jugas de Sitxi, la villa De-Sii, la villa di Dey, la villa di Lery, la villa de Siocho, la villa di Sebera, la villa Surbou, la villa di Ortachesos, la villa di Turri, la villa di Baniu de Sitxi, la villa di Pau, la villa di Fraus, la villa di Segariu, la villa di Saccargiu, la villa di s. Justa de Lanessi (nome rimasto al rivolo di Segario), la villa di Goiesili (Guasila) e altre.




[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XIX, Torino 1849, pagg. 869-877.

martedì 6 febbraio 2018

1218, riconferma all’arcivescovo pisano dei diritti sulla Sardegna

1218, riconferma all’arcivescovo pisano dei diritti sulla Sardegna
(Sergio Sailis)

 Ascò o Vitale, oggi mi sento buono e generoso e ti ridò i diritti sulla Sardegna però i tuoi concittadini devono comportarsi bene con la Santa Sede.
Accadeva ottocento anni orsono, tondi tondi, il 5 febbraio 1218. Papa Onorio III informa il capitolo, il clero e il popolo pisano della sua decisione di riconfermare i diritti di legazia e il primato sulla Corsica e sulle province sarde di Torres, Arborea e Cagliari all’arcivescovo pisano Vitale.

(img ASPi)
 
Lo stesso giorno scrive anche agli arcivescovi e vescovi sardi, ai Giudici di Torres e Gallura e ai nobili sardi informandoli della sua decisione e ordinando loro di prestare al presule pisano gli onori che gli competono.
In effetti tre giorni dopo Onorio procederà ufficialmente al rinnovo di questi privilegi, concessi dai predecessori di Onorio III, e che erano stati sospesi a seguito di quanto successo poco tempo prima in Sardegna ossia il matrimonio di Lamberto Visconti con Elena di Gallura (che aveva di fatto compromesso le mire matrimoniali di Trasamondo de Segni cugino di papa Innocenzo III) e l’invasione del Giudicato di Kalari (sempre ad opera di Ubaldo e Lamberto Visconti) ai danni degli eredi di Guglielmo di Massa pregiudicando così la politica papale tendente a stabilire il controllo e la sovranità sull'intera isola.
La nomina di Vitale, risalente all’anno precedente, era stata voluta dal Papa in quanto ritenuto persona a lui fedele e particolarmente utile per contrastare la tradizionale politica filo imperiale del comune toscano; gli avvenimenti successivi però, ossia l’appoggio incondizionato dell’arcivescovo alla consorteria dei Visconti (che aveva preso il sopravento a Pisa dopo la battaglia sul fiume Frigido  e la conseguente sconfitta del Giudice cagliaritano Guglielmo di Massa nel 1213) e al Comune di Pisa, l’inosservanza di Vitale di scomunicare i Consoli in carica (e quindi Ubaldo Visconti) e lanciare l’interdetto su Pisa come conseguenza dell’invasione del Giudicato di Kalari (nonché il rifiuto da parte dei pisani ad abbandonare la Sardegna), porteranno in seguito il Pontefice a ricredersi sulle sue scelte e, nell’agosto dello stesso 1218, a revocare nuovamente questi diritti che la chiesa pisana vantava ormai da quasi un secolo e mezzo.

giovedì 1 febbraio 2018

Viaggiatori ottocenteschi: descrizione della Trexenta nel viaggio di Carlo Corbetta

Viaggiatori ottocenteschi: descrizione della Trexenta nel viaggio di Carlo Corbetta[1]

“Si continua quindi la via, solcando dolci colline a pascoli naturali, a cespugli, a grano, sui quali si mostrano favorevolmente Ussana e Donori, ove fu recentemente scoperta e messa in coltivazione, da una società francese, una miniera di piombo argentifero, poi Barali e Pimentel, casolari tutti vicini alle sponde del Rio Mannu. Qui sonvi le Grottas de Gianas, tombe scavate nel masso, che alcuni vogliono assegnare ad epoca fenicia, altri a cartaginese, forse invece abitazioni troglodite, adattate poi ad uso di sepolcreti, come se ne trovano altre.

Si entra così nella Trexenta, piccola regione ben coltivata, ove siedono Ortacensus, Guasila, Selegas, Seuni, Gesico, da un lato; San Basilio, Sisini, Seurgus, Donnigala dall'altro, tutti piccoli villaggi, poi Senorbi e Suelli, in mezzo ai quali passa la strada. Il primo di essi con varj nuraghes vicini, ambedue a poca distanza fra loro, contornati da ulivi, mandorli e peri, con case alte solidamente costrutte, tutte differenti da quelle di mota lasciate indietro, con giardini ed orti, dalle cui mura alzano il capo chiomato alcune palme, il che, dà loro aspetto assai pittoresco.

Dopo campi di grano senza un albero, s' incontrano molti terreni incolti, solo coperti da bassa vegetazione naturale, sparsi qua e là, sui luoghi più elevati, di alcuni nuraghes. Ad un certo punto della strada, ci è d'uopo arrestarci per lasciar passare grossi branchi di cavalli, che la ingombrano tutta. Sono piccoli cavalli indomiti, sferrati, cui sono ignote la briglia e la sella, con criniere irte ed incolte code, quasi allo stato selvaggio, tormentati sempre da una qualità speciale di mosche, che, stipate a miriadi, copron loro le parti inferiori e li punzecchiano e succhiano; i quali scendono dal monte al piano per essere impiegati nella battitura del grano. Li conducono due o tre contadini a cavallo con lunghe pertiche, di cui si servono a guisa di pungolo.

Si giunge così finalmente a Mandas, grossa borgata, i cui abitanti si dedicano esclusivamente alla coltivazione dei campi fertili di grano che li circondano; non per questo l'agricoltura può dirvisi avanzata; gli aratri, i carri, gli attrezzi rurali, sono tutti di foggie primitive. Ha case di due ed anche tre piani, abbastanza ben fabbricate con pietra arenaria che si trova nei contorni, e vicina alla quale esiste anche una cava di bel marmo bigio, alquanto somigliante al bardiglio.

Vi abitano varj agiati e relativamente ricchi proprietarj ; ha una chiesa antica di belle proporzioni, qualche negozio discretamente fornito, e perfino un casino di riunione sociale, che io presi per un caffè; ma s' ingannerebbe a partito chi vi cercasse locanda od osteria, poichè tale non si può chiamare una specie di stallo, ove per mia sventura dovetti cercare cibo e ricovero per la notte. È luogo di sosta dei molti carrettieri che vi transitano, e per essi sarà luogo conveniente, non per chiunque sa adattarsi bensì ai disagi del viaggiare in Sardegna, ma desidera almeno una mediocre nettezza.

In ogni modo bisogna entrare. Un pezzo d'omaccione alto due metri e largo in proporzione, burbero, taciturno è il padrone di codesta specie di posada, o meglio vera venta spaguola; esso però non si occupa di alcuna bisogna, e sta neghittoso e fermo come una cariatide appoggiato agli stipiti della porta; i pochi servigi son fatti dalla sua vecchia moglie alla quale esso comanda come un sultano, e che vedesi accoccolata a terra davanti al focolare che sta immezzo alla affumicata cucina, e sul quale bolle una pentola ove gorgoglia una scura broda spartana.

Un vasto cortile trasformato in letamajo con stalle da un lato, e un porticato dall'altro che dà accesso a due luride stanzaccie terrene, formano colla nominata cucina tutta la locanda.

Un po'di coriacea ed insipida carne di capra lessata con pane da otto dì, inaffiati con un vinaccio scuro che sapea di muffito e per soprassello di zolfo, fu tutto quello che mi fu imbandito dall'ostiera sopra un nudo pancaccio nella cucina, spoglio per buona ventura di tovagliolo che con quell'insieme non sarebbe certo stato un modello di pulitezza. Buon per me che mi restava ancora qualche uovo sodo e qualche arancia delle mie provvigioni, così feci, maciullando a due palmenti, un pasto Luculliano, perchè condito da una fame da poeta.

Dopo il pasto mi aggirai pel paese e nei contorni a respirarvi aria più pura. Lunghe file di pesanti carri a bovè aggiogati pel capo trasportavano le messi; le donne cantando villereccie canzoni, tornavano dalla vicina fontana portando sul capo, con gran disinvoltura senza cèrcine che le ajutasse a mantener l'equilibrio e senza gettare stilla d'acqua, le ricolme loro ampie e pesantissime giarre, specie di anfore di sottilissima argilla cotta, porosa, che mantiene assai fresca la temperatura dell'acqua; i mietitori rientravano dai campi a frotte, imbruniva, tutti si ritraevano alle case loro, bisognava pure ritirarsi e cercare riposo massime dovendo partire prima di giorno.

Il momento fatale era giunto; onde non restare all'aperto, e buscarsi certamente le febbri, era giocoforza entrare nella camera assegnatami. In essa, vasto locale a terreno umido e sucido, che per una distinzione speciale mi era stato tutto riserbato, erano tre o quattro canili piuttosto che letti esalanti tutt' altro che soavi olezzi; dalle lacere impannate dell'unica piccola finestra entravano buffi di vento fresco notturno, che facevano oscillare e tentavano spegnere la fiammella del fumoso lucignolo ad olio che diradava a stento le tenebre. La porta non si potea chiudere che a mezzo, tanto ne erano sconnesse le imposte sprovviste di saliscendi; due o tre sedie spajate e zoppe compivano il fastuoso mobiglio, di tavola ove almeno posare il lume, punta; sarebbe stato un superfluo lusso! Non mancavano però immagini di santi grandi e piccoli, con iscritte francesi e spagnuole, appese alle scabre pareti bigie e trasudanti umidore. Coricarsi su quei letti, certo semoventi, non era cosa possibile; passeggiai a lungo sull'ineguale ammattonato, fiaccando i piedi più che sull'acciotolato di una strada, finchè aggravandomisi le palpebre, mi ravvoltolai nella mia ampia coperta di lana, indispensabile arnese che tengo sempre meco in viaggio, e coricandomi vestito com'ero sopra le sedie ineguali trovai un placido sonno, come se fossi adagiato in soffici piume.

Era alta la notte quando si partì, ed io ero pronto prima di tutti; ben poco tempo mi aveva preso la toeletta, nè del resto vi avrei trovato il bisognevole.”




[1] Carlo CORBETTA, Sardegna e Corsica, Libri due, Milano 1877, pagg. 394-398
 

mercoledì 31 gennaio 2018

1354, foschi nuvoloni sul cielo sardo

1354, foschi nuvoloni sul cielo sardo
(di Sergio Sailis)

Accadeva il 31 gennaio 1354: “Ja sabets com l’altre dia, nós stant a València, lo sant pare nos tramès l’onrat e religiós fray Restayn ...”. Così iniziava una lettera di Pietro IV indirizzata ai suoi ambasciatori presso il pontefice ad Avignone.

Se il 1353, a seguito della rivolta armata arborense, si era chiuso pessimamente per i rapporti tra arborensi e aragonesi, il 1354 non poteva ovviamente iniziare che nel peggiore dei modi. Proprio il primo gennaio Pietro IV prende la decisione di recarsi personalmente in Sardegna per sedare la rivolta di Mariano IV, dei Doria e dei genovesi loro alleati; nel contempo nomina Bernat de Cabrera comandante dell’armata. Qualche giorno dopo, il 5, concede il salvacondotto e la moratoria dei debiti a coloro che intendono arruolarsi per la spedizione sarda compresi i criminali eccezion fatta per i rei di gravi delitti. Sono quindi in atto tutti i preparativi per pacificare la rivolta sarda con le armi.

Nel contempo però da ambo i fronti si tessono anche le trame della diplomazia. Mariano IV mobilita le sue numerose conoscenze a corte e parentele varie per avere il loro appoggio e il 19 gennaio Ramon Berenguer d’Ampuries, zio di Pietro IV, promette di intercedere presso il sovrano come già in precedenza aveva ottenuto l’interessamento di Gilabert de Centelles governatore generale del Regno di Maiorca e parente di Timbora; Pisa invece ancorché coinvolta sia da Mariano che da Genova, poiché in Sardegna aveva ancora in feudo le curatorie di Gippi e Trexenta, a seguito delle pressioni e minacce di Pietro IV e dei suoi ufficiali, decide prudentemente di non farsi ufficialmente trascinare nel conflitto anche se numerosi vassalli aderirono alla rivolta. Genova invece dal canto suo, nonostante la sfortunata battaglia di Porto Conte, rafforza i rapporti con la Castiglia e la situazione viene attentamente seguita anche dagli occhi non certo disinteressati dei Visconti di Milano.

img ACA Barcellona
Pietro IV ugualmente coinvolge papa Innocenzo VI e il 25, per il tramite dei suoi procuratori Pere de Sentclement e Jaume de Vallseca, invia ad Avignone i capitoli d’accusa mossi contro Mariano illustrando le “les malvestats que·l jutge d’Arborea ha fetes e comeses contra lo senyor rey sens rahó alguna” chiedendo nel contempo il sostegno pontificio e l’esenzione del tributo da lui dovuto per il feudo del regno di Sardegna e Corsica (che peraltro non versava già da diversi anni) sino alla completa pacificazione dell’isola. Sia ad Avignone che a Roma era presente una folta delegazione aragonese, oltre ai precitati Pere de Sentclement e Jaume de Vallseca erano infatti in piena attività nomi di spicco quali Llop de Gurrea, Bernat de Tous, Francesc Rome, Guillem de Turriliis ed erano state mobilitate le più alte cariche ecclesiastiche per ottenere il loro sostegno.

I procuratori inviati da Pietro IV avevano inoltre il compito di prestare giuramento nelle mani del papa a nome del sovrano aragonese, e infatti una lettera del pontefice del 31 gennaio 1354 certifica di aver ricevuto tale omaggio.

Sempre il 31 gennaio Pietro IV da Barcellona invia una lettera (con il cui inizio si è aperto questo articolo) ai suoi procuratori Llop de Gurrea e Bernat de Tous dando precise istruzioni sulle trattative in corso relative alla pace con Genova. Il sovrano infatti aveva ricevuto una lettera dal pontefice per il tramite di frate Restayn, dell’ordine dei predicatori, con la quale lo esortava a concludere la pace con i genovesi; il sovrano, pur manifestando la sua devozione e fedeltà, rispondeva che per accordi sottoscritti con gli alleati veneziani non poteva prendere iniziative, causa il suo disonore, senza essersi prima consultato con gli emissari veneti e che quindi occorreva attendere il loro arrivo. Nel contempo comunque per manifestare la propria buona volontà dava disposizioni affinché la sua lettera, che doveva rimanere segreta, potesse essere vista solo dal santo padre qualora gli ambasciatori veneziani tardassero ad arrivare o non fornissero risposte in tempi brevi.

Tentativi di pace inutili. Il 21 aprile il papa da il proprio assenso ad istruire il processo contro Mariano e il 15 giugno successivo Pietro IV salpa con la sua flotta da Roses alla volta della Sardegna non senza aver prima preso commiato dai familiari e, come era consuetudine in quel tempo, dettato testamento il 20 maggio integrando una sua precedente disposizione del 30 aprile e sul quale ritornerà ancora il 26 maggio e il 21 luglio proprio durante l’assedio di Alghero.

giovedì 4 gennaio 2018

Carta della Sardegna

Carta della Sardegna
Particolare della Trexenta (con il dettaglio delle varie triangolazioni) su una carta ottocentesca, rimasta non ultimata, dell'isola di Sardegna attualmente conservata presso l'Archivio di Stato di Torino.

 Certo, se paragonata all'attuale cartografia può farci sorridere


Ma è nulla in confronto alle carte del XVI secolo (1535) che interessano soprattutto le coste


e del secolo successivo che però cominciano già a fornire qualche dettaglio maggiore anche se non sempre preciso

 
 
 
Nel '700 si inizia a fornire ulteriori dettagli e maggior cura per i particolari
 
 
che a metà del secolo sono sempre maggiori fornendo in alcuni casi anche notizie più precise sulle circoscrizioni amministrative (Le Rouge 1753)
 
 
per arrivare poi alle carte di primo ottocento (Tommaso Napoli, 1811) dove i villaggi sono riportati più accuratamente
 
 
Le carte elaborate dal Della Marmora, appositamente inviato nell'isola, sono invece realizzate ormai con criteri moderni e scientifici (Della Marmora, 1839)
 
 
concludendo con quelle di fine ottocento ormai molto simili alle carte odierne (1892)