giovedì 4 gennaio 2018

Carta della Sardegna

Carta della Sardegna
Particolare della Trexenta (con il dettaglio delle varie triangolazioni) su una carta ottocentesca, rimasta non ultimata, dell'isola di Sardegna attualmente conservata presso l'Archivio di Stato di Torino.


 

lunedì 1 gennaio 2018

1255 Rapporti Giudici sardi e il Comune di Pisa

Rapporti Giudici sardi e il Comune di Pisa
(Sergio Sailis)

31 dicembre 1255, l'ambasciatore pisano in Sardegna, Ranieri Marsubilia, dal monastero di S.Maria di Bonarcado ordina al Giudice d'Arborea, Guglielmo di Capraia, di fornire 25 terrali provvisti di equipaggiamento e cavalli per prestare servizio per conto del Comune.
Così come gli altri Giudici sardo-pisani, pur essendo sovrano in Sardegna nei rapporti con il comune toscano spesso aveva prevalenza la sua condizione di cittadino pisano come a suo tempo aveva ben stigmatizzato il Carducci: 
“Voi di Corsica visconti,
 Voi marchesi de’ confini;
 Voi che re siete in Sardegna
 Ed in Pisa cittadini;”
(img ASPi)


domenica 31 dicembre 2017

Selegas

 Selegas 1

Immagini della Trexenta ottocentesca: Selegas

SÈLEGAS, villaggio della Sardegna nella provincia e divisione di Cagliari, compreso nel mandamento di Senorbì e nell’antica curatoria di Trecenta, che era parte del regno cagliaritano. La sua posizione geografica è nella latitudine 39" 34' e nella longitudine occidentale di Cagliari 0° 1'.
È situato in una facil pendice sopra due valli, ed è protetto da’ venti di levante, settentrione e ponente-maestro per alcune eminenze, delle quali è più notevole quella che sorge al ponente-maestro, a distanza di circa un miglio, ed è il colle di Guasilla, che sebbene di altezza poco considerevole, pure è notato, perchè superiore alle eminenze circostanti.

Le case comunemente sono ben costrutte, e ve n’ha alcune comode e di bell’aspetto.
Molte strade hanno un solido impietramento, e quasi tutte un marciapiede.
Il clima è piuttosto caldo e sentesi tale nella grande estate, come si poteva supporre per il notato ostacolo de’ terreni più elevati che sono nel semicerchio settentrionale dell’orizzonte.
Vi si patisce poi e non poco della umidità, e non ostante la sua situazione piuttosto levata in paragone dei bassi piani, l’aria nelle stagioni calde è mescolata de’ miasmi che vi trasporta il vento, e principalmente da quelli, che sorgono dalla gran palude, detta Bangiu, la quale trovasi verso il sirocco alla distanza di mezzo miglio.
Non è raro che grandini su questa terra, e talvolta cadono gragnuole grosse più che noci e quasi quanto uova di gallina, come avvenne nel principiante giugno del 1834, onde restarono devastate le messi e le vigne. Siffatte meteore, rarissime nella maggior parte delle regioni sarde, sogliono patirsi in sulla fine della primavera e nel principio dell’autunno.
Il territorio ha piani inclinati più spesso che orizzontali, scarseggia di fonti, di bosco, e di selvaggiume, eccettuate le lepri e qualche volpe.
Scorrono entro il medesimo due rivi nelle due sunnotate valli, provenienti uno dal territorio di Seùni, l’altro, ed è maggiore, dalle fonti di Gesico, i quali si riuniscono agli ultimi termini della pendice, su cui siede il paese, al suo ostro-scirocco in distanza di più d’un miglio presso la strada da esso ad Ortacesus.
Nel paese bevesi dai pozzi un’acqua salmastra e pesante.

Popolazione. Nel censimento della popolazione dell’Isola altre volte indicato si notarono per Selegas anime 816, distribuite in famiglie 182 e contenute in case 159.
Nel rispetto dell’età e del sesso furono poi distinte così:
Sotto i 5 anni maschi 64, femmine 41; da’ 5 a’ 10 mas. 49, femm. 45; da’ 10 a’ 20 mas. 95, femm. 87; da’ 20 a’ 30 mas. 75, femm. 72; da’ 30 a’ 40 mas. 64, femm. 48; da’ 40 a’ 50 mas. 38, femm. 37; da’ 50 a’ 60 mas. 36, femm. 29; da’ 60 a’ 70 mas. 12, femm. 15; da’ 70 agli 80 mas. 5, femm. 4.
Nel rispetto poi della condizione domestica erano distinti:
I maschi in scapoli ammogliati vedovi totale
131, 289, 18, 438.
Le femmine in zitelle maritate vedove totale
203, 134, 41, 378.
I seleghesi sono riputati persone laboriose e pacifiche, ma, come gli altri, poco industri.
La massima parte di essi attendono all’agricoltura, pochi alla pastorizia e più pochi a’ mestieri.
La scuola elementare è frequentata da circa 18 fanciulli, ma sinora ha nulla giovato.
I seleghesi hanno per cura della loro salute un chirurgo.
Le malattie ordinarie sono le infiammazioni toraciche e le febbri periodiche autunnali.

Agricoltura. Il territorio in parte cretaceo, in parte sabbioso, trovasi attissimo per i cereali e per la cultura delle viti.
L’ordinaria seminagione è di starelli 1000 di grano, 200 d’orzo, 350 tra fave e legumi.
La produzione mediocre del grano è del 10, quella dell’orzo del 14, quella delle fave del 15.
Si semina poco di lino, quanto basta per le tele necessarie alle famiglie, occupandosi tutte le donne, quando han finito le altre faccende domestiche, a filare e a tessere.
La coltivazione delle piante ortensi è assai ristretta.
La vigna prospera nella conveniente esposizione che può avere, e la vendemmia produce assai per la consumazione del paese e per bruciarne ad acquavite.
I fruttiferi hanno siti opportunissimi, ma sono poco curati e quindi poco notevole il loro numero.
Deve però farsi eccezione in rispetto agli olivi, de’ quali è un gran numero. È degno di menzione l’oliveto del commendatore Serra.

Pastorizia. L’angustia de’ pascoli non ha permesso che quest’industria si allargasse, quindi il numero de’ capi è ristretto nelle tre specie, porcina, pecorina, e vaccina.
I branchi diversi de’ porci non danno forse un totale di 700 capi; le greggie di pecore possono avere capi non più di 2500; gli armenti delle vacche non numerano forse 100 capi.
Il bestiame manso si computa di buoi per l’agricoltura 60, di cavalli e cavalle 55, di giumenti 160, di porci 70.
Il superfluo del formaggio vendesi fuori del paese. Esso è di mediocre bontà per la male intesa manipolazione.
L’apicultura è negletta, sebbene il clima la favorisca.

Commercio. Le derrate di questo paese si smerciano principalmente in Cagliari. Il prodotto delle vendite forse non sopravanza le 80 mila lire.
Selegas dista da Guasila migl. 2 sotto il ponente, da Ortacesus m. 1 2/3 sopra l’austro, da Suelli m. 1 1/2 sopra il levante. In questo punto trovasi la strada da Cagliari a Nurri, che sarà poi condotta sino a Terranova.

Religione. Questo paese è compreso dentro l’antica diocesi di Dolia, che fu annessa a quella di Cagliari, ed è curato nelle cose religiose da un parroco proprio, che ha il titolo di rettore, ed è assistito da uno o due preti.
La chiesa parrocchiale rimodernata nel 1832 ha per titolare s. Anna. La sola chiesa minore che sia nel paese è denominata da s. Elia. Il camposanto attiguo alla parrocchiale è all’estremità del villaggio.
Selegas era compreso nel feudo del marchesato di Villasor.



1 Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XIX, Torino 1849, pagg. 797-800.

mercoledì 13 dicembre 2017

1354 Conclusione delle operazioni militari in Sardegna di Pietro IV

1354 Conclusione delle operazioni militari in Sardegna di Pietro IV
(Sergio Sailis)

Caro zio, l'Enterogermina ha funzionato, il mal di pancia è finalmente passato e ora sto bene e ti informo anche che il Giudice (Mariano IV) e Matteo Doria si sono arresi.

 Il 4 dicembre 1354 re Pietro IV scrive a suo zio Ramon Berenguer informandolo sulle sue condizioni di salute e soprattutto sul fatto che considerava concluse le operazioni militari in Sardegna dal momento che Mariano IV e Matteo Doria erano alla sua mercé e che aveva loro perdonato tutte le offese che gli avevano arrecato.“ ... que lo jutge e micer Matheu Doria sòn venguts a mercè nostra, e nòs lus havem perdonades totes les offenses que fetes nos haviem.”



img ACA Barcellona
lettera di Pietro IV allo zio Ramon Berenguer
Con questo atto di generosità e magnanimità (bontà sua) il sovrano aragonese poneva fine alla non certo brillante campagna militare per la pacificazione della Sardegna; il precedente 16 novembre era stato infatti “costretto” a sottoscrivere gli accordi di Alghero con Mariano IV e Matteo Doria che in cambio della cessazione delle ostilità e della conferma dei rispettivi possedimenti acconsentivano che Alghero tornasse sotto il dominio regio.
 Interessante inoltre come nella lettera Pietro IV puntualizzi che la malattia di cui aveva sofferto (e che aveva decimato il suo esercito) non fosse dovuta al luogo in cui si trovavano ma solamente alla fatica per il lungo assedio: “No entenats, emperò, que, jatssia que hic haja haüdes moltes malalties, que açò s’esdevenga per la mala sanitat de la terra, mas solament per lo trebayll que s’é soffert per les gens nostres per tenir longament lo setge del Alguer, lo qual és vuy a nostra mà, foragitats tots aquells qui primerament hi habitaven.” Questo perchè occorreva sgombrare il campo dal luogo comune che la Sardegna fosse un'isola pestilenziale e non scoraggiare quindi i sudditi della Corona che intendessero trasferirsi nell'isola e con i quali intendeva ripopolare Alghero.

img ACA Barcellona
stralcio dei capitoli della tregua di Alghero
img ACA Barcellona
comunicazione di servizio sull'indulto concesso a Mariano IV
 

martedì 17 ottobre 2017

1493 Assoluzione di Salvatore Alagon.

1493 Assoluzione di Salvatore Alagon.
di Sergio Sailis

“Dilectum nostrum Salvatorem Dalagon”, vi assolviamo per tutti i reati di ribellione, lesa maestà etc. per i quali eravate stato condannato, assieme a vostro fratello Leonardo già Marchese di Oristano e Conte di Goceano, alla pena di morte e per la quale vi avevamo concesso la grazia imprigionandovi nel castello di Xativa.



Tuttavia, qualora rimettiate piede in Sardegna senza il nostro regio permesso, vi verrà comminata senza indugio la pena di morte.


Yo el Rey

FERDINANDUS, Dei Gratia, Rex Castellae, Aragonum, Legionis, Siciliae, Toleti, Valentiae, Gal1eciae, Maioricarum, Hispalis, Sardiniae, Cordubae, Corsìcae, Murtiae, Giennis, Algarby, Algesirae, Gibraltaris, Comes Barcinonae, Dominus Vizcayae, et Molinae, Dux Athaenarum, et Neopatriae, Comes Rossilionis, et Ceritaniae, Marchio Oristani, et Gociani.

 Era il 14 e il 17 ottobre 1493, anche Salvatore Alagon, signore della Trexenta per aver sposato Isabella de Besora i Civiller, riceve il perdono reale.

(S.S.)

lunedì 18 settembre 2017

Segariu


Segariu (Segario)[1]

Immagini della Trexenta ottocentesca: Segariu
 
SEGARIO, villaggio della Sardegna nella divisione e provincia di Cagliari compreso nel mandamento di Sellori o Sanluri, e già contenuto nell’antica curatoria di Trecenta, del regno di Cagliari.
La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 34' e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 81'.
Siede in valle sulle due sponde d’un fiumicello detto Riu-Pau, che a piccola distanza dall’abitato si unisce al rio Lanessi che viene dal territorio di Gesico, ed è tributario del Caralita, o Botrani, alla falda boreale d’un gruppo di colline, per le quali è difeso dal vento australe e da’ suoi collaterali, sirocco e libeccio, mentre resta esposto al ponente e al levante, e ancora alla tramontana, perchè il rilevamento del suolo dall’altra parte del detto rivo non è molto notevole. Da questo che le due parti del paese sieno divise dal detto rivolo si vuole che il paese abbia preso il nome che ha, di Segario, quasi segau de riu, cioè tagliato dal rivo.
 
 
Nell’estate si patisce gran caldo se non soffi il maestrale, nelle altre stagioni e nelle notti vi si sente gran umidità, e l’umido col freddo è molto molesto nell’inverno.
Vi nevica in qualche anno, ma il nevazzo leggero si discioglie in poche ore, al più tardi entro le 24, mentre sulle eminenze vicine vi resta per più giorni.
Le notti sono rugiadose, e invece di rugiada si ha nei tempi freddi una brina, che molto nuoce alle piante.
Nel tempo che il Fara scrivea la sua corografia, cioè verso il 1580, notava come deserto questo paese; ma non deve esser indi passato gran tempo alla ristaurazione.
Si ha per tradizione che il suo ristauratore sia stato un certo Pietro Pinna, capraro di Senorbì, e notasi in vicinanza dell’abitato, alla parte di libeccio, un sito detto la Mandra, perchè ivi era la sua mandra, presso una fonte, che pure oggidì è appellata dal suo nome (Sa mitza de Perdu Pinna).
Prossimamente pure alla stessa mandra, ma dall’altra parte, era una chiesuola dedicata all’arcangelo Michele, e porta la tradizione che sia stata la prima parrocchia. Nel 1805 fu esecrata e demolita.
L’abitato è disteso in lungo nella linea siroccomaestro con tale larghezza, che è meno della metà della sua lunghezza.
Il suolo è naturale, nè si è mai pensato a pareggiarlo nelle parti aspre e a selciarlo.
Il territorio di Segario forse non ha una superficie maggiore di dieci miglia quadrate, nel quale le parti piane non sono più d’un sesto.
Tra le roccie componenti la sunnotata massa di colline si può notare la trachite brecciforme, la quale serve di passaggio alla roccia alluminifera e trovasi nella regione più prossima a Serrenti; la trachite alluminifera che forma delle spelonche nella trachite brecciforme e nella calcarea marnosa.
Tra le altre grotte è notevole la così detta Grotta dell’allume, perchè nell’inverno principalmente le sue pareti sudano tale umore, il quale, quando il tempo si incalorisce, si rapprende in solido alquanto duro e poroso, come la pomice, e di color bianco. Questa efflorescenza della roccia è allumina solfata.
Nelle stesse grotte si riconosce la calce carbonata dentritica, che si avvicina alla trachite, e altra di simil natura, ma con qualche varietà dalla precedente.
L’elevazione maggiore di questo territorio è come abbiamo accennato nella sua parte meridionale, onde si può distendere d’intorno la vista a grandi distanze in diverse parti.
La massa intiera delle accennate colline tra Segario e Serrenti occupa forse una superficie di circa nove miglia quadrate, estendendosi miglia 3 nella linea di levante-ponente e altrettante in quella di ostro-borea; tutta volta nella parte compresa dentro i termini di Segario, non si trovano che due sole fonti, una la suddetta di Pietro Pinna, l’altra non distante più di 50 passi da questa, che dicesi Sa spendula, che danno acque ottime a bere.
Tra’ punti che maggiormente si elevano v’è il così detto Castello e Monta-majori. Dal primo scopresi il golfo di Cagliari, e sulla parte più eminente di quella città la torre di s. Pancrazio. Il monte Majori domina il paese.
Da questo discendendo verso libeccio trovasi una spelonca molto spaziosa la cui volta, come parve a quelli che vi sono entrati, è elevata di circa 10 metri e più. Notasi che ad una ed altra parte dell’ingresso si vedessero in altro tempo due grosse anelle di ferro, che adesso mancano, restando solo nella roccia i due grossissimi raffi, da’ quali erano tenute. Questa spelonca chiamasi dai paesani Sa domu dess’Orcu.
Si sa per tradizione che più di cent’anni addietro queste colline, ora affatto nude, erano ingombrate da molta vegetazione, principalmente d’olivastri, lecci e lentischi. E deve essere stato così, perchè queste specie si mostrano da per tutto, ma non crescono; perchè, come appena si mostrano i germogli, sono tagliati dalla povera gente; onde si ha una gran penuria di legna d’ardere. Se non si vieta questa barbarie non si rivedrà più l’antica vegetazione e si mancherà sempre di legne.
Non si trovano in queste terre incolte altre bestie selvatiche che le lepri nel piano, e i conigli nelle colline, i quali sono in gran copia.
Le specie di volatili più numerose sono nelle colline i colombi, e dappertutto nelle altre parti le pernici, quaglie, beccaccie, tortori, e i tordi. Ma i merli sono rari, mentre gli usignuoli si odono cantare in ogni parte amena e le cornacchie volano in grossi stormi.
 
Popolazione. Nel censimento del 1845 la popolazione di Segario si notò di 629 anime, distribuite in famiglie 163, e in case 148.
Nel rispetto dell’età e del sesso si distinguevano nel seguente modo:
Sotto i 5 anni maschi 43, femmine 35; da 5 a 10 mas. 49, fem. 33; da 10 a 20 mas. 65, fem. 51; da 20 a 30 mas. 48, fem. 47; da 30 a 40 mas. 50, fem. 46; da 40 a 50 mas. 47, fem. 93; da 50 a 60 mas. 25, fem. 24; da 60 a 70 mas. 17, fem. 13; da 70 agli 80 mas. 2, fem. 1; in totale mas. 346, fem. 283, dalle quali due parziali risulterebbe la somma di anime 697, che di molto è superiore alla enunciata di anime 629. Sono occorsi più sbagli ed è evidente l’esagerazione di fem. 93 contro mas. 47 nella classe di 40 a 50 anni. Quel numero di donne anderebbe per lo meno diminuito di tre decine.
Il vero numero della popolazione, come rilevo da altri dati, è di anime 688, divise in maggiori di anni 20, mas. 218, fem. 215; e in minori mas. 137, fem. 118.
Le medie del movimento della popolazione sono le seguenti, nati 35, morti 18, matrimoni 6.
Attendono all’agricoltura 210 persone tra grandi e piccoli, alla pastorizia 20, a diversi mestieri 12.
Le donne sono laboriose, e filando e tessendo provvedono molte parti del vestiario e le lingerie della casa.
La scuola primaria non ha prodotto nessun frutto.
 
Agricoltura. Il territorio di Segario, come il rimanente della Trecenta, è attissimo ai cereali, e riceve i diversi soliti semi di frumento, orzo, fave, ceci, cicerchie, lenticchie, e di lino.
Nel complesso delle terre piane è compreso il piano che è sul colle a levante del popolato dove si suol seminare.
Perchè i cereali non si seminano che nei piani, però si dice che nel territorio di Segario non si possono seminare più di 450 starelli nelle due regioni, cioè tanti nella seminata e altrettanti nel maggese, ma forse potrebbe accomodarsi alla seminagione un altro numero considerevole di giornate se si avesse maggior industria.
Per causa di questo difetto di suolo seminativo devono i Segarivesi prender in affitto campi di altri territorii, e però seminano un centinajo e più di starelli di frumento in quello di Guasila, altrettanto di orzo, e non meno ancora di legumi.
Tutta la suddetta quantità non si semina con l’aratro perchè gli agricoltori più poveri sogliono coltivare con la zappa e fare de’ narboni. I quali certamente non producono quanto altrove, perchè in questo territorio, dove mancano le grandi macchie, non si può concimare il novale con le ceneri delle medesime.
La coltura del granone e del canape, sebbene le acque del Lanessi dieno comodo alla medesima, manca totalmente; quella della specie ortensi, che sarebbe pure molto favorita dalle stesse condizioni, è ristrettissima a’ bisogni de’ particolari, che hanno sito idoneo alla medesima.
L’ordinaria fruttificazione è al dodici; ma se non manchi il favor del cielo nel bisogno de’ seminati si ha un prodotto assai maggiore.
Le vigne sono prospere, e si avrebbe suolo idoneo per applicarne la coltivazione al settuplo, se questi paesani sapessero provvedere al loro interesse.
La vendemmia solendosi fare quando i grappoli non sono ancora ben maturi, accade però che i vini non abbiano molta bontà, e non reggano per tutto l’anno.
Se ne smercia una piccola parte, e un’altra ancor minore si brucia per acquavite. La distillazione sarebbe maggiore se non si mancasse di legna da ardere. La quantità ordinaria del mosto si computa di circa 60 mila litri.
 
Fruttiferi. Le specie più comuni sono peri, susini, peschi, albicocchi, ficaje, mandorli, olivi e meli: quest’ultima specie è assai scarsa, mentre sono frequentissimi i mandorli e non pochi, sebbene raramente sparsi, gli olivi, che erano olivastri.
Pare che la cultura di questo fruttifero sia per esser meglio curata nell’avvenire. Le pendici delle sunnotate colline, dove non si può seminare, potrebbero benissimo esser adoperate per le viti e gli olivi.
Le terre chiuse in tutta la estensione del suo territorio si possono computare per l’ottava della superficie totale.
 
Pastorizia. I pascoli erbosi non sono scarsi nel segarivese, se non manchino le pioggie.
Il bestiame manso comprende buoi 130, poche vacche, 40 cavalli, 60 majali, e 130 giumenti.
Il bestiame rude consiste in vacche 170, pecore 2500, porci 600.
Segario dista da Furtei a ponente migl. 1; da Sanluri quasi alla stessa direzione m. 3 1/2, dove passa la grande strada; da Guasila a lev. 3; da Serrenti all’austro 4 1/2; da Villamar a maestro-tramontana 3 1/2.
Di queste vie altre sono più, altre meno carreggiabili, ed è meno delle altre quella verso Serrenti.
I frutti agrari di Segario si mandano in Sanluri, donde si trasportano ne’ carrettoni sino a Cagliari.
I segarivesi dopo che hanno fatto la raccolta se non hanno occupazioni di maggiore interesse si applicano al lavoro sull’argilla per formare tevoli e mattoni, che vendono nel paese e fuori. Spesso continuano quest’industria ne’ mesi di agosto, settembre e ottobre.
 
Religione. La parrocchia di Segario trovasi nell’antica circoscrizione della diocesi doliense; quindi è sottoposta alla giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari, che ebbe unita quella mitra.
La chiesa parrocchiale ha per titolare s. Georgio martire, ed è amministrata da un parroco che ha il titolo di rettore, ed è assistito negli offici parrocchiali da due sacerdoti.
Non si sa l’epoca della sua erezione, ma non pare più antica del secolo XVI, trovandosi in un antico documento che il fonte battesimale, quello che era in altro tempo, fu fatto fare nel 1592, e che i banchi del coro furono posti nel 1600.
Questa chiesa è molto povera, ed il suo reddito maggiore consiste ne’ due terzi del quinto delle decime, giacchè l’altro terzo va a favore del capitolo della primaziale, come si usa in tutte le parrocchie delle diocesi di Cagliari e di Dolia.
Da quei due terzi devesi togliere una parte per la manutenzione della chiesa filiale, intitolata a s. Ambrogio.
Non intendesi però che sia indecente, nè sprovveduta delle necessarie suppellettili, perchè si mantiene la decenza, e se gli arnesi non sono molto preziosi, non però mancano.
Fuori dall’abitato a un quarto d’ora verso ponente trovasi una chiesuola dedicata a s. Antonio da Padova, la quale, se fosse vero ciò che supponesi da alcuni, sarebbe stata annessa ad un ospizio di benedittini. Ma non appariscono vestigie di convento, e la denominazione della chiesa pare posteriore all’epoca della soppressione di quei monaci in Sardegna.
Al primo ingresso di questa cappella si può discendere e si discende in una piccola galleria, lunga quanto il corpo dell’edificio, per cui si giugne ad una fonte che corrisponde al sito dell’altare. L’acqua è buona per bere, e dicesi di essa, che crescendo annunzi pioggia imminente, decrescendo presagisca siccità, e che in nessun tempo siasi intorbidata la sua limpidezza.
Nel cortile di questa chiesetta si sono trovate varie sepolture con ossa umane, ma senz’alcun particolare.
La festa del titolare che si celebra addì 13 giugno ha un mediocre concorso de’ paesi circonvicini, sebbene vi si corra il palio.
Nella collina poco elevata che sorge al settentrione del paese, a pochi passi dalle ultime case, è la chiesetta dedicata a s. Sebastiano, il di cui cortile serve di camposanto.
 
Antichità. Prossimamente alla grotta dell’allume, posta al scirocco del paese in distanza di circa due miglia, ma superiormente, cioè nel colle detto il Castello, è tradizione che siavi stata una rocca.
Tra il castello e la indicata grotta trovasi ancora qualche vestigio di antichità in una costruzione sotterranea, dove si è trovato qualche oggetto, che non si è saputo spiegare, e delle medaglie d’argento e di rame, in alcuna delle quali si lesse il nome di Costantino.
Due soli nuraghi sono stati riconosciuti in questo territorio, ambi a piè della maggior notata eminenza, de’ quali però al presente non si ritrova più che le fondamenta.
Nel nuraghe che sta sulla parte di levante e nel sito circostante si scoprirono diverse sepolture con ossame umano, e notasi lo stesso anche di quello che resta al ponente. Si dice seriamente che si sieno osservate osse gigantesche.
Il villaggio di Segario faceva parte del feudo della Trecenta; poi ne fu divelto per vendita in favore del conte di s. Lorenzo, che in seguito lo assoggettò agli stessi carichi, che portavano i furteresi, come fu sottoposto alla curia baronale ivi stabilita.
Segario era compreso nel feudo che denominavasi da s. Lorenzo.
Questa contea conteneva cinque villaggi popolati, che erano stati acquistati unitamente ad altri spopolati dalla casa Sangiust, alcuni per concessione sovrana in rimunerazione de’ servigi prestati alla corona, altri per via di compra.
I villaggi popolati sono Pauli-Pirri, il Maso, Villa-greca, Furtei e Segario.
Negli 8 febbrajo 1421 il re d’Aragona volendo ricompensare i servigi di D. Dalmazzo Sangiust concedeagli in feudo proprio e retto secondo l’uso d’Italia i due villaggi di Villagreca e Furtei, esistenti nella curatoria di Nuraminis, e con altro de’ 10 aprile del 1426 in rimunerazione delle imprese fatte dallo stesso Dalmazzo riducendo alla obbedienza sovrana la città di Sassari e nell’assedio della fortezza di Calvi e di Bonifacio nella Corsica, gli accordava parimente con la qualità di retto e proprio feudo i villaggi di Pauli e di Sisala, ora spopolato situati ne’ territorii di Cagliari.
Ebbe Dalmazzo due figli chiamati Pietro e Antonio Alberto, ed essendo morto ebbe successore il primogenito Pietro, il quale ottenne altri due diplomi, il primo di conferma di questi feudi, l’altro di concessione del mero e misto imperio, che era stato riservato nelle primitive concessioni.
A lui mancato senza prole succedeva il secondogenito, il quale acquistò il villaggio di Segario, nella Incontrada di Trecenta, da D. Alonsa, vedova di Giacomo di Besora, in qualità di tutrice e curatrice de’ suoi figli pupilli, ed ottenne approvazione di questa compra e della unione di questo feudo con quello di Furtei dal re D. Giovanni con diploma de’ 25 settembre 1467: quindi addì 24 marzo 1470 lo stesso sovrano enunziando in un suo diploma che Antonio Alberto possedeva per certi legittimi titoli in feudo retto e proprio i villaggi di Furtei, Segario e Pauli popolati, e quelli di Villagreca e di Sisala spopolati, ampliava la concessione in favore di lui e de’ successori, e abilitava le donne a poter succedere in difetto de’ maschi.
Questa ampliazione fu fatta perchè la condizione del Sangiust non fosse di molto peggiore di quella di Giacomo di Besora, il quale avea ricevuto dal Re D. Alfonso Segario con gli altri villaggi componenti la baronia di Furtei in feudo ampio, trasmessibile a maschi e a femmine, ed alienabili tanto per atto tra vivi, che d’ultima volontà.
Intento il Sangiust ad accrescere il suo patrimonio acquistava da Michela Canelles, tutrice e curatrice del suo nipote Salvatore Bellit, il villaggio di Nuragi esistente nell’Incontrada di Nuraminis nel prezzo di lire 1100, acquisto, che venne confermato dal procuratore reale Giovanni Fabra.
Nuragi unitamente ad altri villaggi era stato dato in feudo retto e proprio; ma per grazia speciale potevasi lasciare anche alle femmine. Nel 1421 infeudavasi a Nicolò de Caciano, il quale poi lo rivendeva a Gerardo Dedoni. Da costui lo acquistava poi Pietro Bellit, padre di Salvatore Bellit, che lo vendette al Sangiust.
Dopo la morte di Antonio Alberto prendeva possesso del feudo suo figlio Giannotto, il quale ne fu investito da D. Alfonso Carrillo, luogotenente del procuratore reale Giovanni Fabra, addì 21 febbrajo 1494, a cui successe il figlio D. Geronimo che ebbene investitura ne’ 5 marzo 1519.
Questi avendo fatto acquisto de’ villaggi del Manso, Simbilia, Mogoro da D. Antonio Bernart, il regio fisco pretese la riduzione a mani regie di questi due ultimi e del mero e misto imperio del villaggio popolato del Manso, sul fondamento che essendo questi stati conceduti a Francesco Bernat con la qualità di feudi diretti e propri non potevano possedersi dalla venditrice, figlia del primo acquisitore.
Nacque quindi una lite accanita tra la venditrice e il compratore, nella quale intervenne anche il fisco per sostenere la devoluzione, e durò sino a tanto che D. Geronimo Sangiust non offrì un compenso, come fece offrendo lire ottocento alla Regia Cassa per le ragioni al R. Fisco competenti; per la quale offerta gli vennero nuovamente rilasciati i due sovradetti villaggi ed il mero e misto imperio del Manso con diploma dell’imperatore Carlo V e della regina Giovanna de’ 15 luglio 1523.
A D. Geronimo Sangiust succedette D. Monserrato, di lui figlio, e di maschio in maschio passarono questi feudi sino all’ultimo possessore D. Francesco Sangiust.
È da notare che Francesco Sangiust primo di questo nome otteneva il titolo di conte di s. Lorenzo dal re Carlo II, il quale aveva in contado il salto di s. Lorenzo, territorio demaniale annesso al villaggio di Pauli.
Addì 25 di luglio del 1839 stipulavasi in Torino una convenzione tra il conte D. Francesco Sangiust di s. Lorenzo e il R. Fisco per il riscatto della contea di s. Lorenzo e della baronia di Furtei, ed era nelle condizioni:
1. Che il cav D. Giuseppe Sangiust di s. Lorenzo per il conte e barone suo fratello, per se, suoi eredi e successori rilascerebbe con tutte le forme traslative di possesso al R. Demanio la contea di s. Lorenzo, composta de’ villaggi di Pauli-Pirri, il Maso, e la baronia di Furtei, consistente ne’ villaggi di Furtei, Segario e Villagreca, spogliandosi del feudo e di tutte le ragioni del medesimo, salvi al cedente i titoli di nobiltà inerenti a tali feudi ecc.
3. Che per tale cessione sarebbe fatta mediante il prezzo di lire sarde settantatremila centonovantandue, soldi uno, denari otto, eguali a ll. n. 140,528. 80, somma rispondente al 100 per 5 alla rendita de’ feudi e villaggi suddetti, rilevante alla complessiva di lire sarde tremila seicento cinquantanove, soldi dodici, denari uno, pari a ll. n. 7026. 44.
4. Che questo prezzo sarebbe corrisposto al cedente col mezzo d’un iscrizione sul gran libro del debito pubblico ec.
7. Che sarebbe a libera disponibilità del cedente la terza parte della somma inscritta ecc.


[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XIX, Torino 1849, pagg. 777-786.

lunedì 24 luglio 2017

Sant'Andrea Frius

Sant’ Andrea Frius (Sant’Andrea de Frius) [1]
Immagini della Trexenta ottocentesca: Sant'Andrea Frius
 
SANT’ANDREA DE FRIUS o FRIAS [S. Andrea Frius], villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Cagliari, compreso nel mandamento di Senorbì e nell’antico dipartimento di Trecenta del Giudicato Cagliaritano.
Il suo antico nome era Frias, e Frius, e per qualche fatalità mancatavi la popolazione vi rimane una chiesa dedicata a s. Basilio, intorno alla quale si congregarono poi alcuni coloni scegliendo veramente con poca saggezza il sito.
 
 
Di esso trovasi menzione nell’atto di donazione dell’Incontrada suddetta di Trecenta, che si fece dal giudice del regno di Cagliari Torgotorio al suo figlio Salusio di Lacon nel 1119 addì 20 giugno. La villa di Frius vi è indicata quattordicesima tra quella di s. Basilio e Donnigalia Alba.
Vuolsi che il luogo fosse ancora deserto e tutto ingombrato di boscaglia in sulla fine del secolo XVII, e che solo ne’ primi anni del XVIII vi si stabilissero alcune famiglie.
È fama che in questo sito, dove passava una strada assai frequentata, si mettessero in agguato molti malviventi per spogliare i viandanti.
La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 28' 30" e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° 3' 30".
Giace in valle in un seno, che formano varie colline, le quali levansi al sirocco, austro, levante, tramontana, e che lo coprono a tutti quei venti, non lasciando libero il varco che al maestro-ponente.
Per siffatta posizione provasi nell’estate un forte calore, e un po’ di freddo nell’inverno se dominano i maestrali, e sentesi in ogni tempo, e massime a certe ore, una grande umidità, che è dannosa agli abitanti, come lo è a questi ed a’ vegetabili in certe circostanze la densa nebbia che spesso ingombra il vallone.
L’aria resta depravata non solo dalla immondezza delle strade, e da’ miasmi dei letamai posti intorno all’abitato e dalla corruzione delle foglie grasse de’ fichi d’India, ma peggio ancora nella stagione calda dalla infezione delle acque che ridondano dal recipiente della pubblica fonte in centro del popolato, e che impaludando diffondono esalazioni troppo moleste, incomodo cui si potrebbe rimediare se si selciasse il locale presso alla fonte ed abbeveratojo delle bestie, e si desse uno scolo. Ma chi pensi al comodo pubblico? chi voglia spender poco per liberar il paese da tanta bruttura?
Componesi questo popolato di 210 case, le quali occupano una estensione maggiore del bisogno a cagione che ciascuna casa ha il suo piazzale, e questo assiepato da fichi d’India.
La popolazione componesi di circa 910 anime, le quali sono distinte in maggiori d’anni venti maschi 240, femmine 263, e minori maschi 197, femmine 200.
Notaronsi le seguenti medie, nascite annuali 30, morti 17, matrimonii 6.
Gli abitanti sono gente laboriosa e tranquilla, attendono studiosamente all’agricoltura, e alcuni anche alla pastorizia; delle arti meccaniche si sa e si pratica quanto solo è di necessità in una popolazione. Le donne al solito tessono lino e lana, e vendono tele e panni.
Le più frequenti malattie sono infiammazioni toraciche con le loro conseguenze.
La scuola primaria è frequentata solo da circa 10 fanciulli senza alcun profitto.
I Friasini sono sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari.
La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione di s. Andrea, ed ha contigua la piccola chiesa antica dello stesso nome, chiesa allora campestre, intorno a cui, come ho accennato, si formarono le prime abitazioni, e che servì di parrocchiale fino alla costruzione della presente, che fu eretta indi a non molto.
È questa parrocchia prebenda della mensa dell’arcivescovo, il quale vi manda per far le sue veci un prete che deve far tutto senza alcuna assistenza.
La festa del titolare addì 30 novembre, è la sola notevole; essa fassi lietissima da tutti gli usati pubblici divertimenti, e popolosa per una piccola fiera, alla quale concorrono dalla capitale, dalla Tregenta e dai vicini e lontani dipartimenti molti artefici con le loro opere, e mercadanti con le loro merci.
Il cemitero è contiguo alla parrocchiale, nè ancora si pensa al formar un camposanto.
Territorio. Come abbiamo già indicato è rilevato quasi a tutte parti per molte colline notevoli, massime quelle che sorgono alla parte di levante e scirocco, le quali formano una catena lunga circa cinque miglia, che pare dipendenza della massa di monte Igi, eminenza principale del dipartimento del Gerrei. Sono essi detti monti Casari.
Quasi aderente all’estremità della detta catena è un’altra serie di colline, che sono sette, e si distendono in linea dall’austro al ponente. Queste hanno la denominazione di Asìli.
Alla parte poi di tramontana in là del colle che abbiamo già indicato vedonsi altre eminenze, alcune di larga base, e tutte di facil pendio e coltivabili.
Sono nel territorio molte fonti, e alcune pregiate per la purezza delle acque. Dove tra le altre notasi quella detta di Miuri, a non molta distanza dall’abitato, la quale somministra abbastanza per bevanda alla popolazione, già che i pozzi che sono aperti dentro il paese danno acqua pesante e di gusto nauseante che serve per gli usi domestici e per abbeverare il bestiame.
Dalle notate sorgenti formansi vari rivi, de’ quali tre soli sono degni di menzione, uno quello che formasi presso il paese e scorre verso ponente-maestro al fiume maggiore; il secondo quello che scorre nella regione settentrionale del territorio nella stessa direzione, e si unisce a un altro rivo che formasi da varii ruscelli provenienti dal territorio del Gerrei, e si versa nel-l’anzidetto fiume: il terzo detto Cogìnas, è maggiore de’ suddetti, corre nella regione meridionale verso ponente, passa presso Donori e si versa nello stesso fiume. L’origine del Coginas è in territorio di Pauli Gerrei, nella regione detta Sa figu arrubia de Sanguini.
Il Coginas si guada facilmente in tutti i tempi, non però immediatamente dopo grandi acquazzoni per l’affluenza dei torrenti.
Prendonsi in esso poche trote, che però sono assai pregiate per il gusto.
Erano in questo territorio grandi selve, ora non resta che un piccol ghiandifero di leccio in quella parte, che dicesi Flumini de Asili. Il ferro e il fuoco ha distrutto o diradato i grandi vegetabili negli altri siti.
Il selvaggiume non manca, massime nella parte di levante ne’ monti Casari, e i cacciatori vi trovano cervi, cinghiali e daini. Le volpi sono frequenti nelle altre regioni come pure le lepri.
I cacciatori di uccelli trovano facilissima preda in tutte le parti.
Il terreno è in molti tratti assai fecondo, e se la coltivazione fosse meglio praticata i prodotti, dove concorresse il favor del cielo, sarebbero assai più ricchi.
Sono applicati all’agricoltura persone 240.
Le misure della seminagione sono di starelli 800 di grano, 350 d’orzo, 160 di fave, 50 di legumi, 60 di lino.
La produzione ordinaria del grano è al 12, quella dell’orzo al 15, quella delle fave al 12, quella dei legumi al 7.
L’orticoltura si esercita sopra una ristrettissima superficie, sebbene molti siti si prestino alla medesima.
La vigna vi trova conveniente il suolo ed il clima, escluse certe posizioni poco favorevoli.
La vendemmia suol essere copiosa e i vini riuscirebbero di maggior bontà se la manipolazione fosse fatta con maggior intelligenza.
Son pochi gli alberi fruttiferi, e ciò condanna la poca industria de’ Friasini, i quali potrebbero avere un sussidio dalle varie frutta, e lucro dalla coltivazione de’ gelsi e degli olivi.
Si hanno a più delle vigne circa 600 starelli di terreno chiuso, dove si fa la seminagione e si tiene a pascolo il bestiame manso, quando sono a maggese.
La pastorizia non è negletta, ma non tanto curata, quanto permetterebbe il terreno vasto e molto fertile di pascoli.
Il bestiame manso numera buoi per l’agricoltura 220, vacche mannalite, vitelli e vitelle 150, cavalli e cavalle 80, giumenti 200, majali 90.
Nel bestiame rude sono vacche 700, esclusi i capi minori, pecore 3500, capre 5000, porci 800, cavalle 60.
Quei che attendono alla pastorizia tra grandi e minori non sono meno di 90.
I formaggi sono di certa bontà relativa. L’arte è poca e mal guidata da massime tradizionarie.
 
Commercio. La produzione tanto del terreno che degli armenti e delle greggie è superiore a’ bisogni del paese, e si guadagna dal superfluo che vendesi a’ negozianti di Cagliari.
Il guadagno sarebbe assai più considerevole se fosse agevole il trasporto delle derrate, cioè se fossero strade per carreggiare facilmente. Non sarebbe molto dispendiosa, considerata la distanza di miglia 3 1/2 dallo stradone della Trecenta, e la natura del luogo, la formazione di una strada comunale.
La coltura delle api potrebbe essere un ramo considerevole d’industria, ma è quasi negletta.
 
Antichità. Nel centro stesso di questo abitato esisteva una chiesetta di s. Marta, le cui mura sono state distrutte nel 1829, per impiegarne il materiale in altri edifizii. Nello scavo fatto per le fondamenta si trovarono dei canali impiombati larghi un palmo e mezzo, e si scoprì una stanzina tutta smaltata anche nelle mura, ed il suo pavimento alla mosaica con tre gradini per discendervi, dove mettean foce i canali. Osservaronsi nelle pietre delle figure scolpite, ma per la loro smisurata grandezza non si poteron levare.
Siffatte antichità non furono osservate da persone intelligenti, e però non si tenne alcun conto delle medesime. Aspettiamo che qualche persona erudita voglia prendersi la curiosità di scavare e ricercare; forse si potranno rinvenire altri oggetti di antichità romana, quali sono certamente gli indicati, e riconoscere quelli che furono già ritrovati. Questo paese era compreso nell’antica Jolea, dove i Pelasghi di Jolao si stabilivano usurpando le terre agli indigeni.
In così vasta estensione furono senza dubbio altre popolazioni; ma noi non possiamo indicare che due soli punti, il primo in distanza d’un’ora verso greco nella via che conduce a Gerrei, e segnatamente nel salto detto Sanguinirubiu dal colore rosseggiante della terra, dove si riconoscono vestigie d’antico abitato. Gran parte di essa regione, d’estensione non meno di starelli 600, si possiede da un signore che vi fabbricò una casa di campagna e vi fece una piantagione di gelsi per la coltivazione de’ bachi; l’altro nel luogo detto deis Calcinaius, dove parimente sono molte linee di fondamente e gran copia di rottami sparsi.
Non possiamo dire nè il numero preciso, nè i nomi dei nuraghi, e solo ci limiteremo a notare che se ne trovano a tutte parti e che alcuni sarebbero degni di essere visitati da persone intelligenti. La massima parte sono disfatti più che a metà.


[1] Vittorio ANGIUS, in Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna (a cura di Goffredo CASALIS), vol. XVIII, Torino 1849, pagg. 89-94.